Francesco Zenzale – “O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?” (Michea 6:8).

La realtà che percepisco con lo sguardo e l’udito mi demoralizza. Cerco di individuare nobili gesti di rettitudine che indubbiamente ci sono, ma sono oscurati dal male così devastante e iniquo. Aveva ragione Gesù quando dichiarò: “l’iniquità aumenterà e l’amore dei più si raffredderà” (Matteo 24:12). Tempi difficili e faticosi per chi è moralmente sensibile e integro, anche se fragile. Francamente, è difficile vivere senza compromessi e personali pericoli. Denunciare e agire in favore della rettitudine è arduo se non impraticabile. Di Gesù sta scritto che era un uomo giusto e praticava la giustizia con misericordia in favore della povera gente, senza mai scendere a compromessi con il male (cfr. Giovanni 8:46-47; 1 Giovanni 2:1, 29). Questo suo percorso irritava i capi religiosi del suo tempo. Infatti, decisero di farlo fuori con trappole legislative, false accuse e complotti, per poi eliminarlo con la collaborazione dell’Impero romano. Era l’ora delle tenebre o della perfidia (cfr. Luca 22:53).

Anche il nostro tempo è contraddistinto dall’oscurità morale, dall’indifferenza e dalla disumanità senza eguali. Si ha l’impressione che Dio sia stato defenestrato, destituito come garante dell’esistenza. Siamo “… egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio…” (2 Timoteo 3:1-5). Siamo formalmente caritatevoli.

Credo che i peggiori ostacoli nel praticare la giustizia, seguendo le orme di Gesù, siano insite nel cuore dell’uomo. Onestamente, è più agevole esprimere opinioni sulla giustizia che praticarla. C’è poi da considerare che i principi etici di riferimento risentono molto di convinzioni pedagogiche, politiche, religiose e culturali, che potrebbero non avere nulla a che fare con i parametri celesti. Da non dimenticare che per esercitare la giustizia bisogna creare uno scrigno affinché l’altro coabiti nella nostra sfera emotiva. Quest’atto implica una seria riconsiderazione del nostro status vitae. Difficile vero? Se fosse facile, non ci sarebbe bisogno della nuova nascita o di modificare il nostro modo di pensare e di agire! (cfr. Giovanni 3:7; Efesini 4: 20-25).

Di Gesù sta scritto, che “svuotò se stesso” o “spogliò se stesso” (Filippesi 2:7 NR e Cei) per servire l’umanità con fatti di giustizia (cfr. Isaia 61:1-3; Luca 4:16-21). Gesù si è svuotato o spogliato della sua natura divina, rinunciando a una condizione di vita celestiale che non riusciamo minimamente a immaginare. Gesù si è impoverito per abbracciare la nostra disordinata e fugace esistenza. Si è svuotato per abitare la natura umana e si è spogliato per vestirsi di noi, di me e di te, affinché avessimo l’opportunità di vestirci della sua grazia e del suo stile di vita (Colossesi 3:1-25).

Questa metamorfosi, che per l’umanità ha un valore redentivo, è incoraggiante per chi desidera smettere di essere bruco e diventare farfalla. La realizzazione di questa trasformazione richiede condizioni ardue da praticare, ma non impossibili. Perché bisogna svuotarci del nostro orgoglio e riempirsi di umanità, spogliarci dei nostri parametri morali per indossare requisiti etici che s’ispirano alla giustizia di Cristo, distanziarci dalle nostre paure e insicurezze per concederci al prossimo seguendo il Maestro.1

Per praticare la giustizia, è indispensabile essere affamati e assetati (cfr. Matteo 5:6), ovverosia soffrire per la propria e l’altrui ingiustizia. Dal desiderio di giustizia fluisce l’azione in favore di chi ha sete, fame ed è bisognoso di affetto, di perdono e di speranza. Di chi è maltrattato o defraudato nella sua dignità (cfr. Deuteronomio 10:18; Matteo 25:35-36; 26:11).2

In breve, praticare la giustizia significa, nei limiti delle nostre possibilità, soddisfare i bisogni esistenziali dell’altro. Muoversi riconoscendo i nostri errori e auspicando che l’altro discerna i propri e cercando di vivere in pace con tutti (cfr. Romani 12:18). Cogliere le ingiustizie sociali o umanitarie e denunciarle con fervore con leciti strumenti e senza giustificarle. Volere, come Mosè,  amministrare la giustizia senza tralasciare il buon senso e la misericordia (cfr. Esodo 18:13).

Note
1 Le nostre insicurezze e paure ci invogliano a rimanere ancorati alle nostre convinzioni morali, religiose e sociali. Queste costituiscono una corazza esistenziale autolesiva. All’interno di quest’armatura, il sapere teologico, religioso e comunitario è subordinato alla nostra fragilità emotiva ed esistenziale. Ci muoviamo, come pesci in un acquario, senza avere nessuna possibilità di nuotare e nutrirsi nell’oceano della vita. Si ha l’impressione che l’esistenza fluisca nel miglior modo, in realtà ruota intorno a schemi mentali, culturali e religiosi ben definiti.

2 Il Signore gradisce “… che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo (…) che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne (…) Allora la tua luce spunterà come l’aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del SIGNORE sarà la tua retroguardia” (Isaia 58:6-8).

 

Pubblicato in omaggio e memoria dell’autore.

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