«Volevo vedere mia figlia, non mi hanno fatto entrare. Ho chiesto i filmati delle telecamere di sicurezza: “erano scariche”, mi hanno risposto. Ho chiesto di vedere l’autopsia e non mi è stato permesso». Mentre le piazze d’Iran scandiscono il nome di sua figlia Mahsa, Amjad Amini rompe il silenzio e alla Bbc in lingua farsi consegna un messaggio chiaro: «Mentono, stanno mentendo». Le sue parole sono sale sulle ferite di un Paese già dolente, al sesto giorno di proteste la repressione è brutale: testimonianze dirette raccontano di scontri violenti, con auto bruciate dai manifestanti e spari della polizia sulla folla, arresti, feriti, nelle città curde e a Teheran. Whatsapp, Instagram e l’intera connessione Internet sono state bloccate, nella capitale ma anche a Sanandaj, nel Kurdistan. Si contano manifestazioni in 40 città. La televisione di Stato parla di 17 morti, tra manifestanti e poliziotti. Per la Ong Iran Human Rights le vittime sono almeno 31. (…) La storia di Mahsa, morta dopo essere stata fermata dalla polizia perché non vestiva “secondo la morale”, ha ferito il cuore del Paese, scatenando la rabbia dei 20enni che hanno conosciuto solo la Repubblica Islamica e ora chiedono diritti, libertà, pane e futuro  (dal quotidiano La Repubblica del 23-09-2022, articolo di Gabriella Colarusso dal titolo Il pugno duro di Teheran decine di morti in piazza “Proteste intollerabili”). 

Claudio Coppini e Roberto Vacca su questa situazione hanno intervistato una giovane donna iraniana (di cui non riportiamo il nome, per motivi di sicurezza) che fa parte della comunità iraniana di Firenze, dove sabato 24 settembre è prevista una manifestazione in solidarietà con le donne e il popolo iraniano, contro le violenze commesse dalla Repubblica islamica dell'Iran.

*nella foto Mahsa Amini, giovane donna uccisa dalla polizia morale iraniana

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