M1-Editoriale 1Giuseppe Marrazzo – Furtivo e con passo veloce, insieme a Mimì e Salvo, m’intrufolo nella villa, da una porta in ferro dai cardini arrugginiti. Un lieve stridore e poi ops! siamo dentro. L’immenso salone ornato di stucchi. Le scale ampie e sontuose portano al piano di sopra. Maioliche antiche nella cucina a legna, più avanti il bagno dalla lunga vasca dai piedi a zampa di leone, in fondo alla stanza la vecchia stufa a legna che serviva a riscaldar l’acqua. Ecco la stanza del poeta! Lo si capisce dal busto che lo ritrae, volto malinconico e triste.

Tutto il villaggio serba nella memoria il tempo in cui nella Villa Ferrigni trascorre i suoi giorni Giacomo Leopardi. Due ciabatte esigue allineate ai piedi M1-Editoriale 2del letto, una tavola tra due sponde con un pagliericcio senza lenzuola e senza coperte, tavolo sguarnito, armadio e libreria completamente disadorni. Saliamo ancora con passo felino per non essere notati, giungiamo – che emozione – al terrazzo. Guardiamo «l’arida schiena del formidabil monte, sterminator Vesevo». È imponente! Pini profumati di resina ai piedi dei quali cresce l’«odorosa ginestra». Da lato opposto all’«arenoso dorso, a cui riluce di Capri la marina e di Napoli il porto e Mergellina».

Una veduta mozzafiato. Qui e là, vedo ancora «il villanello intento ai vigneti… che leva lo sguardo sospettoso alla vetta». Intanto però la «lenta ginestra» che adorna le spoglie campagne continua a irradiare il suo profumo e non piega il capo dinanzi al minaccioso vulcano. La ginestra innocente non si ribella, si adatta alle forze, si piega ma non si spezza, M1-Editoriale 3non è né codarda né superba. Era il 1836 quando Leopardi compose «La ginestra». La rileggo ancora una volta e resto a lungo in meditazione: «La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta» (Gv 1:5). Ancora oggi, la speranza non viene meno per tutte le «ginestre» silenziose, odorose e fiere!

 

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