Secondo appuntamento con la storia della biblica Rut tratta dal Messaggero Avventista. Altruismo, solidarietà femminile e affetto sincero sono alcuni degli elementi che l’autrice della riflessione, E. Gravante, operatrice di ADRA Italia, evidenzia in un racconto segnato da eventi tragici, eppure ricco di speranza.
Il libro di Rut racconta la storia di una famiglia migrante che lascia la propria terra per la sopravvivenza. Il libro parla di affetti, di bontà e di misericordia, un racconto di relazioni familiari.
Un libro prezioso per la tradizione ebraica, uno dei cinque rotoli della Meghillot, che comprende Cantico dei Cantici, Lamentazioni, Ester, Ecclesiaste e Rut, letta durante la “Festa delle settimane”, 50 giorni dopo la Pasqua, ed evoca la mietitura del grano e dell’orzo, nutrimento per il popolo.
Le protagoniste della storia sono tre donne, al tempo dei giudici. Un periodo caratterizzato da instabilità spirituale e politica. In questo contesto una carestia costringe Elimelek, sua moglie Naomi e i suoi due figli, a emigrare nel paese di Moab, una nazione definita pagana. Chi erano i Moabiti? Erano i discendenti di Moab, il figlio nato dall’incesto di Lot con una delle sue due figlie.
Per questo motivo, i Moabiti nella tradizione biblica saranno indicati come popolo incestuoso.
Dopo poco, Elimelek muore, lasciando Naomi vedova. I due figli sposano donne moabite, Rut e Orpa e rimangono nel paese di Moab circa dieci anni. Poi, la famiglia viene colpita ancora una volta dalla tragedia della morte. Muoiono i figli di Naomi, lasciando anche Rut e Orpa vedove. Adesso la famiglia si compone di tre vedove.
Avendo saputo che il suo popolo era stato benedetto dall’Eterno e che la carestia era finita, Naomi decide di tornare nel proprio Paese. Si mette in viaggio con le due nuore, ma, a un certo punto, le invita a tornare indietro. Ritiene di non avere più nulla da offrire alle due donne in condizione di vulnerabilità sociale. Auspica per loro una vita libera, benedetta dall’Eterno e affiancata da un nuovo marito moabita che offra loro una dimora stabile.
Se proviamo a immaginare l’espressione di Rut e Orpa in lacrime di fronte alla prospettiva della separazione dalla suocera, siamo di fronte a una scena di altruismo che colpisce il cuore. La loro risposta è perentoria: “…torneremo con te al tuo popolo” (Ru 1:10). Erano disposte ad affrontare la sfida di essere donne ed emigranti. Un gesto di cura e premura, di solidarietà femminile, di affetto sincero, di chi è disposto a lasciare tutto, per incontrare un popolo nuovo, una nuova terra, un futuro incerto e sconosciuto, pur di non lasciare sola e senza futuro l’amata Naomi. “Torneremo con te” non è un’espressione frutto di calcolo matematico o di logiche di convenienza, ma è puro dono di sé.
Delle due nuore poi, però, sarà soltanto Rut a proseguire il cammino con Naomi e a lasciare la sua terra, i suoi consanguinei, ad abbandonare tutto.
Nel libro di Rut non troviamo miracoli, apparizioni, sogni, ma il racconto appare tremendamente segnato da esperienze umane tragiche: fame, carestia, vulnerabilità, morte e infine mancanza di discendenza. Tutto questo però viene affrontato attraverso l’intraprendenza femminile, il coraggio di chi si mette in gioco per trovare una via d’uscita, animata dall’amore per la famiglia, per la persona, e in questi gesti, compiuti con amore, si intravede la provvidenza divina.
Essa non scompare mai dalla scena in quanto uomini e donne di fede camminano guidati da una luce che indica la via nell’oscurità. Quella di Rut è la storia di chi sa scoprire Dio anche in mezzo alle circostanze difficili della vita e l’attraversa con il cuore in mano.
Rut, la Moabita, donna straniera in un Paese straniero, ci ricorda la sfida sempre attuale del vivere in un mondo che diventa ogni giorno più complesso, ma anche luogo in cui si manifesta la presenza del Padre. A noi la sfida di cercarlo, sempre e dovunque, nel nostro cammino di migranti su questa terra.
Elisa Gravante
[Fonte: Il Messaggero Avventista, febbraio 2026]






