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Francesco Zenzale – “Anche noi dobbiamo fare la nostra parte per essere salvati” è l’espressione tipica di chi crede che la salvezza sia sì un dono di Dio, ma che debba, in qualche modo, essere conquistata facendo “la nostra parte”: buone opere, andare in chiesa, osservare i comandamenti di Dio, ecc.

Esiste un’immensità di ruscelli, di pensieri religiosi, che alimentano il dono della salvezza in Cristo al punto da mettere in ombra la grazia di Dio. Spesso si contrappone la grazia alle opere e alla dottrina, come se queste ultime fossero determinanti per la salvezza. Frasi del tipo “se non vieni in chiesa, non sei salvato”; “se non sei battezzato, non ricevi la grazia di Dio”; “se non osservi i comandamenti, Dio non potrà salvarti”; “siamo salvati per grazia, ma se non osserviamo il sabato, non siamo salvati”; ecc., rivelano una comprensione della salvezza orientata sull’osservanza, la liturgia, il rito e non sull’incontro personale con e nella grazia, in altre parole con Gesù Cristo.

Ciò può essere indice di un mancato personale rapporto con Dio, di una comprensione parziale del suo amore o di una religiosità esteriore, formale e dottrinale; di una spiritualità priva di quella intensa semplicità, ben illustrata nell’incontro di Gesù con Marta e Maria, in cui quest’ultima aveva scelto “la parte migliore”.

Come peccatori meritiamo la morte, ma Dio ci offre la vita. Siamo separati ma lui ci offre la riconciliazione. Siamo sottoposti al suo giudizio ma lui ci dà la libertà. Siamo figli prodighi nel paese dei porci ma lui ci riporta a casa. Tutto questo avviene gratuitamente.

Le opere umane, per quanto buone e nobili, non hanno nulla a che fare con il perdono divino. Secondo l’apostolo Paolo, nel quadro della salvezza, la grazia e le opere si escludono a vicenda, se queste ultime acquistano una valenza salvifica. La salvezza è per grazia attraverso la fede soltanto: non esiste nulla di simile a un miscuglio di grazia con qualcosa che sia aggiunto dagli uomini. “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8-9). La Bibbia descrive in questo modo la grazia che salva: è il mezzo per il quale “giustificati… diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna” (Tito 3:7); è il dono gratuito di Dio “mediante la redenzione che è in Cristo Gesù (Romani3:24,25); è sovrabbondante (2 Corinzi 9:14); costituisce “le ricchezze… che ha riversato abbondantemente su di noi” affinché avessimo la redenzione e “mediante il suo sangue, il perdono dei peccati” (Efesini 1:7,8); lo strumento con il quale Dio ci ha salvato dalla morte in vista della resurrezione (Efesini 2:5); ciò che ci dà incoraggiamento eterno (2 Tessalonicesi 2:16); un dono abbondante e gratuito (Rimani 5:17).

L’insegnamento della Bibbia è così chiaro e semplice: nessun peccato è troppo grave per poter essere perdonato; nessuno si è allontanato a tal punto da non poter essere ricondotto a casa dalla grazia di Dio, se si avvicina a lui con fiducia totale. “Colui che viene a me, non lo caccerò fuori” (Giovanni 6:37), ecco la promessa e la disposizione divina.

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