Di fronte all’evidenza scientifica e alle catastrofi ambientali che si susseguono, assistiamo a una rimozione di massa collettiva.
“Il circo ha preso fuoco. Il clown è corso ad avvertire il pubblico. Tutti hanno pensato che fosse una battuta e hanno applaudito. Il clown ha insistito di più. Hanno applaudito ancora di più. ‘Questo è il modo in cui il mondo finirà’ ha detto il clown, ‘tra l’ilarità generale di persone che credono che sia una barzelletta’”.
La celebre e fulminante parabola di Søren Kierkegaard contenuta nella sua opera Aut-Aut (Enten-Eller) del 1843, sembra essere stata scritta stamattina, calata dritta dentro i bollettini meteorologici dell’Europa occidentale. La Spagna e la Francia di questi giorni: ettari di boschi secolari ridotti in cenere, cieli tinti di un rosso apocalittico, comunità evacuate d’emergenza e temperature che infrangono ogni record storico. L’emergenza climatica non bussa più alla porta: è divampata, e le fiamme stanno divorando il tendone.
Eppure, la reazione collettiva somiglia in modo inquietante a quella del pubblico del circo. Di fronte all’evidenza scientifica e alle catastrofi ambientali che si susseguono a ritmo vertiginoso, assistiamo a una rimozione di massa.
I dati impietosi sul riscaldamento globale vengono trattati come l’ennesimo spettacolo da commentare sui social, un’opinione tra le tante, un allarmismo passeggero da applaudire o deridere prima di tornare a scorrere la schermata successiva.
Il meccanismo psicologico descritto da Kierkegaard si ripete identico: quando la realtà si fa così immensa, drammatica e radicale da richiedere un cambiamento profondo di stile di vita, di economia e di pensiero, la mente umana sceglie la via più comoda. La trasforma in finzione. Si preferisce pensare che il clown stia esagerando, che il fumo sia solo un effetto speciale, che i climatologi siano gufi catastrofisti.
Continuare a battere le mani di fronte al termometro che sale e ai boschi che bruciano significa confondere la realtà con una rappresentazione da cui ci si sente protetti. Ma la fisica dell’atmosfera non ha senso dell’umorismo e il tendone, ormai, sta davvero bruciando. Smetteremo di applaudire, forse, solo quando non ci sarà più un posto dove sedersi, nemmeno sul green.
Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.
[La foto d’apertura ritrae un incendio avvenuto in Oregon (USA) nel 2017, al limitare di un campo da golf nell’indifferenza dei giocatori. Immagine di Kristi McCluer/Reuters]







