Né greco, né ebreo
30 Settembre 2025

In collaborazione con la redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

Né greco, né ebreo
30 Settembre 2025

Notizie e articoli in collaborazione con la redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

Se non possiamo amarci gli uni gli altri qui sulla terra, come possiamo aspettarci di gioire insieme là in cielo? Le parole dell’apostolo Paolo in Galati 3:28 sono una chiamata più urgente che mai.

Provengo da un Paese multiculturale per natura, il Brasile, dove la convivenza di più culture è profondamente radicata ed ereditata. Da quando fu “scoperto” dai portoghesi nel 1500, è stato un insieme di popolazioni indigene, africane ed europee. Oltre a questa “base” demografica, il Brasile ha la più grande popolazione giapponese al di fuori del Giappone, più persone di origine libanese che in Libano, la terza città italiana per abitanti, la decima comunità ebraica più grande al mondo e molte altre culture che portano così tanto colore e sapore alla nazione in cui sono nata.

Nella regione in cui sono cresciuta, le comunità italiane, polacche e tedesche costituiscono la maggioranza della gente. Sebbene la mia lingua madre sia il portoghese, il mio vocabolario si è arricchito di parole come “omma” e “oppa”, “nonna” e “nonno” (in tedesco e italiano). A scuola avevo compagni di classe di origini nere, mediorientali, asiatiche e di tante altre provenienze. Avendo vissuto in un ambiente così diversificato, ho sempre visto tutti i cittadini brasiliani come brasiliani. Non mi è mai venuto in mente che fossero diversi o provenienti da un’altra nazione, tanto meno che fossero indesiderati nel “mio Paese”.

Vivo in Australia da sei anni e, per tutto questo tempo, ho apprezzato l’apertura di questo luogo alle persone di altre culture. Sono orgogliosa di far parte di un gruppo di persone che hanno trascorso tutta la vita all’estero per contribuire a una società in cui non sono nate. Ma la mia percezione positiva è stata messa in discussione dagli eventi recenti.

Ho dei parenti che vivono negli Stati Uniti e spesso raccontavo loro quanto fosse diversa la vita in Australia, un posto in cui i migranti potevano prosperare senza dovere affrontare l’ostilità che i miei cari avevano sperimentato in America, una tendenza spaventosa che si sta diffondendo. Ma negli ultimi giorni la mia prospettiva è cambiata.

Alcuni difendono come patriottiche le recenti proteste in Australia contro l’immigrazione, sostenendo che si tratti di unità o di mettere gli australiani al primo posto. Ma quando leggo le Scritture, non riesco a trovare un Gesù che metta “l’io al primo posto”. Trovo invece le parole: “lo straniero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono l’Eterno, il vostro Dio” (Levitico 19:34). E ancora: “Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10:19).

Sui social media ho assistito a molti dibattiti tra i membri della chiesa riguardo alla “Marcia per l’Australia”. All’interno della nostra famiglia comunitaria, mi piacerebbe credere che possiamo andare oltre le discussioni sulle etichette. Qualunque siano le parole usate nel dialogo pubblico, come cristiani sappiamo che l’intolleranza e l’esclusione non hanno posto nel vangelo.

La mia speranza è che la nostra chiesa sia sempre conosciuta per l’ospitalità e la compassione, mai per il sostegno ad atteggiamenti che dividono o escludono.

Gli avventisti del settimo giorno sono sempre stati un movimento con una missione per il mondo. L’immigrazione è direttamente collegata a questa chiamata e offre moltissime opportunità. È in linea con il cuore stesso del grande mandato: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28:19).

Anche se non possiamo raggiungere ogni nazione, l’immigrazione porta le nazioni da noi. Quando qualcuno, in arrivo da un Paese chiuso al cristianesimo, viene a vivere in un luogo di libertà religiosa, ci è data un’opportunità unica di condividere il vangelo con lei o lui.

La storia stessa degli avventisti mostra la benedizione della migrazione. Se Ellen G. White (cofondatrice della chiesa avventista, ndt) non avesse attraversato l’oceano per raggiungere l’Australia, avremmo avuto l’Università di Avondale, il Sanitarium o le altre organizzazioni che lei ha contribuito a fondare? La sua disponibilità a lasciare la propria casa ha ampliato la missione della chiesa in questa parte di mondo. Proprio come i missionari sono stati essenziali per la diffusione del messaggio avventista in tutto il pianteta fin dai suoi albori. E quanto siamo grati che lo abbiano fatto. Grazie a loro, questo messaggio è giunto a me e a voi, e oggi possiamo sperare che Gesù torni presto e ci accolga nella celebrazione più multiculturale della storia. In quella festa, non ci sarà spazio per l’intolleranza o l’egoismo.

Se non possiamo amarci gli uni gli altri qui sulla terra, come possiamo aspettarci di gioire insieme là in cielo? Quindi, prima ancora di arrivare, siamo già invitati a vivere come uno solo: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina, poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28).

[Fonte: record.adventistchurch.com. Tradotto da Veronica Addazio, HopeMedia Italia]
[Immagini: geralt, Pixabay.com; GenerativeStockAI, Pixabay.com]

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