Michele Abiusi – Il sesto comandamento è diretto e non lascia dubbi: “Non uccidere” (Esodo 20:13). Siamo nel cuore della seconda tavola della legge nella quale Dio stabilisce i princìpi della vita sociale. Nelle prime quattro parole della legge, Dio ci ricorda che la nostra esistenza dipende da lui, Creatore di ogni cosa. Nella quinta parola, il Signore ci ricorda nostra madre e nostro padre. È a loro che dobbiamo la nostra nascita e quindi la vita. Come potremmo non rispettare e non amare coloro che ci hanno messo al mondo e per i quali siamo stati in assoluto la realtà più importante per tanti anni?

Con la sesta parola, la Torah continua a parlare di vita: “Non uccidere”. Dietro questo imperativo vi è la volontà che si rispetti la vita, il desiderio che l’uomo riconosca il valore della vita. Ogni essere vivente è espressione e segno dell’amore di Dio.

Tutto ciò che ci circonda pullula di vita. L’aria, l’acqua e la terra sono abitate da un numero incalcolabile di esseri viventi e fra questi l’essere umano ne è il culmine sotto tutti gli aspetti. L’uomo ha ricevuto l’incarico da Dio di amministrare il pianeta con saggezza rispettando, prima di tutto, la vita. Purtroppo, questo non è sempre avvenuto. Più che rispettarla, l’uomo ha spesso sfruttato la vita per i suoi propri interessi. La storia ci racconta che per appropriarci di territori che non ci appartenevano, abbiamo eliminato intere popolazioni indiane di America, indios dell’Amazzonia e intere tribù dell’Africa. La storia anche recente parla di genocidi inauditi avvenuti sotto gli occhi. in parte disinteressati, del mondo.

Il valore della vita, oggi, è subordinato al valore del petrolio, alla produzione di armi, al valore di un voto o al potere economico. Sembra che la vita non abbia più valore in quanto tale. Tutto ormai si calcola in dollari o in euro.

Dio aveva detto migliaia di anni fa “non uccidere”. Né per vendetta, né per gelosia, né per odio, né per amore. Strano, ma c’è chi afferma che si può anche uccidere per amore! È il massimo del controsenso! Si tratta sicuramente di un amore malato, pervertito, che spesso i mass media ci presentano in fatti di cronaca.

Il termine amore si abbina alla parola vita e non alla parola morte.
“Non uccidere” significa anche non mettere gli altri in condizioni disperate al punto che pensino ad atti estremi contro se stessi e contro il prossimo.
“Non uccidere” può significare mantenere in vita il feto che ti cresce dentro anche se sei una ragazza madre.
“Non uccidere” può voler dire occuparti del nonno non più utile, secondo i canoni produttivi e consumistici attuali.

Gesù si è pronunciato su questo comandamento. Nel vangelo di Matteo leggiamo quanto segue: “Voi avete udito che fu detto agli antichi: ‘Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale’; ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: ‘Raca’ sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: ‘Pazzo!’ sarà condannato alla geenna del fuoco” (Matteo 5:21, 22).

Il Maestro dichiara che si può uccidere senza far scorrere sangue. Una parola può ferire profondamente. Sono sufficienti atteggiamenti negativi ripetuti per farci sprofondare nella depressione. Si può morire a poco a poco a causa del disprezzo o nell’indifferenza. Quante persone vivono nella poca autostima, nell’incapacità di affrontare problematiche della vita solo perché durante l’infanzia sono stati oggetto di maltrattamenti verbali continui. “Sei uno stupido”, “sei incapace”, “non ce la farai mai”, “sarebbe stato meglio che non fossi nato…”. Quante persone vivono tristemente la loro esistenza perché chi è loro vicino non esprime parole di apprezzamento, di stima o di incoraggiamento.

Basterebbe così poco per far felice una moglie stanca, un marito stressato o dei figli giù di corda. Basterebbero poche parole per dare vita a un rapporto che si trascina nella routine. Poche parole sarebbero sufficienti per dare forza e vigore, per far sperare e far rinascere la gioia di vivere.

Gesù dopo aver commentato il sesto comandamento continua dicendo: “Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta” (Matteo 5:23, 24).

La relazione positiva tra le persone è così importante per Cristo da avere la priorità persino sugli impegni religiosi, l’adorazione, le offerte o la preghiera. Ciò che conta per Gesù è riconciliarci con colui che ci è nemico, “fare la pace”. Ricostruire un rapporto, perdonare il passato, credere nel cambiamento, significa “non uccidere” la relazione in crisi; significa “non uccidere” la speranza e il futuro.

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