Kimberly Luste Maran/Maol – Ogni 11 settembre, dal 2001, ricordo due cose: il compleanno di mia nonna e le notizie di aerei che si schiantano contro il World Trade Center di New York, il Pentagono in Virginia e in un campo in Pennsylvania. Se l’incredulità, la paura paralizzante e le forti emozioni di quel giorno di 18 anni fa sono svanite, rimane ben nitido nella mente il ricordo di cellulari sempre occupati, cieli silenziosi, filmati di edifici che crollano e persone che precipitano, fotografie di gente coperta di cenere, interviste alle vittime e ai primi soccorritori.

Nei miei figli, tuttavia, nati dopo questa famigerata data della storia americana, non vi è alcun ricordo né memoria. Mentre li accompagnavo a scuola stamattina, ho ascoltato i commenti dei miei due ragazzi sull’11 settembre. Uno sapeva di passeggeri che facevano schiantare un aeroplano, l’altro di edifici che bruciavano e si sbriciolavano in detriti. Entrambi lo definivano un atto terroristico.

Nei pochi minuti rimasti del percorso in macchina, ho dato loro una sinossi discutibilmente adeguata di quello che era successo. Dopo averli lasciati a scuola, sono ripartita con gli occhi spalancati e un turbinio di pensieri.

Non sono solo i miei figli. Anche la generazione che quest’anno varca la soglia dell’età adulta non ha un vero quadro di riferimento. La loro generazione e quelle a venire potranno vedere i resoconti e ascoltare le storie. E questa «Generazione Z» (nata tra il 1997 e il 2016) è stata in vari modi plasmata dall’11 settembre e dalle sue conseguenze. Ciò che capiranno e dedurranno sull’accaduto si basa soprattutto sui rapporti di quanto avvenuto, sulle risposte e sulla retorica delle generazioni più anziane.

Tornando ai miei figli, mi chiedo: «Come genitore cristiano, cosa sto insegnando loro?» La paura – psicologica, sociale, politica – non è un buon approccio, e nemmeno impartire l’apatia.

Attraverso le lenti della fede
Ritengo importante parlare ai miei figli di ciò che ricordo dell’11 settembre e dei modi in cui è cambiata la vita negli Stati Uniti. Ho anche la responsabilità di puntare i riflettori su altre atrocità, passate e presenti, che accadono in tutto il mondo. E dovrei farlo attraverso le lenti della mia fede. Sparatorie, attentati terroristici, genocidi, le persone fanno cose orribili ai loro simili. Il male esiste e l’intera umanità ne è toccata.

Ma sappiamo già come finisce la storia: Gesù ha vinto! E fino a quando le parole profetiche di Apocalisse 7:17 non si realizzeranno, Dio ci ha equipaggiato.

Sì, parlerò ai miei figli del passato, ma parlerò anche del futuro e li aiuterò a vivere responsabilmente nel presente.

Darò loro l’incoraggiamento che proviene dalla Parola di Dio: «Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo» (Gv 16:33).

Dirò loro che, sebbene a volte sembri sfuggente, ci è stata donata la pace: «Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti» (Gv 14:27).

Ricorderò loro di usare la potenza che Dio dona per il bene terreno: «Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo» (2 Tim 1:7).

E nella loro vita, ora e in vista dell’eternità, li lascerò con una vibrante speranza: «Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: “La morte è stata sommersa nella vittoria”» (1 Co 15:54).
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[Foto: iStock. Fonte:NadNewsPoint]

 

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