La frase clou del film La battaglia di Hacksaw Ridge e i reparti Covid dei nostri ospedali durante l’emergenza. Ne parla così Andrea Baciu, infermiera di terapia intensiva. Il film di Mel Gibson narra la storia di un altro infermiere, Desmond Doss, obiettore di coscienza arruolato nell’esercito statunitense e intervenuto nella sanguinosa battaglia di Okinawa della Seconda guerra mondiale. Con coraggio salvò 75 commilitoni feriti.

HopeMedia Italia – “Sono parole che riecheggiano nel profondo”. A dirlo è Andrea Baciu, infermiera di un reparto di terapia intensiva in un ospedale italiano, dopo aver ascoltato la frase “Signore, aiutami a salvarne ancora uno”, pronunciata dal protagonista del film La battaglia di Hacksaw Ridge, andato in onda domenica su Rete 4, una prima tv del canale.

“Mi hanno ricordato la nostra battaglia contro il Covid-19” prosegue Baciu “Insieme ai colleghi, abbiamo vissuto il fronte di questa pandemia. Pur essendo circostanze lontane da Okinawa, nello spazio e nel tempo, una frase come questa rimane impressa nel Dna del nostro cuore, della nostra mente e delle nostre viscere”.

“È la preghiera silenziosa che rivolgevo al Signore quando le sirene delle ambulanze mi ricordavano che stavamo combattendo la ‘guerra’ del Covid-19” aggiunge “‘Ne arriva un altro’, avvisava la voce del collega. Di lì a poco avrei avuto tra le braccia un altro ‘ferito di guerra’”.

Diretto da Mel Gibson, interpretato da un cast di rilievo e vincitore di due Oscar, La battaglia di Hacksaw Ridge racconta la storia eroica di Desmond Doss (1919-2006), il giovane avventista del settimo giorno che salvò la vita a 75 soldati feriti durante una sanguinosa battaglia sull’isola di Okinawa, nella Seconda guerra mondiale. La decisione del giovane di arruolarsi nell’esercito come soccorritore ma di non imbracciare le armi, e la sua coerenza con i comandamenti biblici gli procurarono derisioni, emarginazione e abusi. Fu messo in prigione e rischiò la corte marziale.

Eppure la fede di Doss e il suo coraggio furono cruciali per la vita di numerosi commilitoni. Ne salvò 75 durante un’intera notte, calandoli uno a uno da un dirupo di 30 metri. Calò anche due giapponesi, perché ogni essere umano è creato a immagine di Dio e la vita di chiunque era importante per il giovane obiettore di coscienza.

“Purtroppo, non possiamo impedire le guerre” conclude Baciu “ma possiamo scegliere di combatterle con le armi di Dio. Signore, nella nostra guerra quotidiana, aiutaci ad essere sollievo e speranza per un altro ancora”.

Il gesto eroico di Desmon Doss fu riconosciuto con la Medaglia d’Onore, appuntata sul petto del giovane dal presidente Truman alla fine della guerra. Per la prima volta, la più alta decorazione militare degli Stati Uniti venne assegnata a un obiettore di coscienza.

Una piccola Bibbia e la preghiera erano le uniche armi che il giovane Doss aveva portato con sé in guerra. La lettura costante della Scrittura gli diede la forza per affrontare ingiustizie, derisione e atti di bullismo, ma anche per restare fedele ai suoi principi e testimoniare l’amore e la redenzione di Dio in un ambiente ostile. Così il giovane divenne un eroe di pace in mezzo alla guerra.

La forza e la fedeltà di un obiettore di coscienza brilla anche nella storia della Chiesa avventista in Italia. Durante la Grande Guerra, il giovane Alberto Long (1887-1986) affrontò tre processi per essersi rifiutato di prendere le armi e combattere. , con le relative condanne, senza contare numerosi soprusi e angherie, a causa della sua scelta di obiezione di coscienza.

La storia di Desmond Doss è raccolta in un libro gratuito che si può scaricare dal sito: www.chiesaavventista.it/doss

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