Accogliere lo straniero per donare dignità e speranza. Nuovo appuntamento con il libro biblico di Rut.
“Allora Rut si gettò giù, prostrandosi con la faccia a terra, e gli disse: ‘Come mai ho trovato grazia agli occhi tuoi, che tu faccia caso di me che sono una straniera?’” (Ru 2:10).
Da giovane, ho deciso di viaggiare. Essendo cittadina spagnola, non ho avuto grossi problemi a muovermi in Europa. Non avevo paura, solo sete d’avventura… voglia di farmi guidare dalla volontà di Dio che mi chiamava a “uscire dalla mia terra”, per dare il meglio di me, non vincolata da circostanze avverse.
La mia storia di straniera è molto diversa da quella di chi è costretto ad andare via, a partire perché ha bisogno di un sostentamento per la famiglia, rinunciando a vederla per anni, perché non può permettersi il viaggio di ritorno a casa. È diversa dalla storia di coloro che, pur di lavorare, rinunciano ai diritti che spettano ai lavoratori: la dignità, i giorni liberi, l’assicurazione e uno stipendio irrisorio, come se fossero considerati esseri umani di seconda classe.
Il caso di Rut è a metà tra queste situazioni.
È una straniera con religione e cultura diverse, quando arriva l’amore: il figlio di Naomi. Gli vuole bene, è trattata bene, e la rinuncia alla sua terra e alla famiglia d’origine, avvenuta anni dopo, si spiega solo con l’amore e la dignità con cui è stata accolta nella famiglia del marito.
Non ci sono problemi, se non di salute. E poi succede l’inevitabile: la morte.
Una tragedia. Ha forse sbagliato tutto e dovrebbe tornare a casa? È forse una punizione degli dèi per aver osato vivere con una famiglia straniera, di un’altra religione? Forse se lo merita!
Orpa, sua cognata, moabita come lei, decise di tornare al suo popolo. Rut no. Ha conosciuto questa bellissima famiglia; ha qualcosa per cui lottare. Naomi, ora, è una sua responsabilità.
Il Dio di Naomi è diverso. Ha imparato a conoscerlo e le piace. Rut non vuole rinunciare all’autostima, alla dignità e all’amore che prova. Il legame con Naomi è forte, come fosse sua madre. Rut non si sente solo la moglie del figlio morto, ma figlia di una madre di cui tutelare la vita.
Rut prova a cercare sostentamento con il lavoro nei campi. Non parla, agisce. Naomi le parla di Dio, delle tradizioni religiose ebraiche, e Rut ne è affascinata. L’amore, il rispetto e la condivisione sono il legame tra queste due donne, legame che si rafforza soprattutto nelle difficoltà.
Poi entra in gioco Boaz che protegge Rut dai suoi lavoratori. Nessuno deve osare metterla in difficoltà; deve avere un posto vicino al fuoco, cibo e spighe a volontà, perché se lo merita per aver rinunciato a tutto, per prendersi cura di Naomi, cugina di Boaz.
Rut, che ne ha conquistato il cuore, non si sente meritevole delle sue attenzioni; le gentilezze di Boaz la destabilizzano, ma poi è sopraffatta dalla gratitudine. Prima si sentiva schiacciata dall’ombra della colpevolezza, di meritarsi il dolore, la disgrazia, la fame. Ora Boaz la riscatta. Non si sente più schiacciata, ma risollevata. Non deve più preoccuparsi, né temere il domani. C’è qualcuno che le ha assicurato un futuro pieno di speranza: il riscatto della proprietà, un figlio, una genealogia messianica.
Ecco la conclusione per noi: quando ci troviamo di fronte a un fratello o a una sorella migrante, pensiamo a quello a cui ha dovuto rinunciare? Ha dovuto lasciare la famiglia, il paese, la lingua, i costumi. Alcuni, pur di sopravvivere o garantire la sopravvivenza della propria famiglia, accettano condizioni di vita e di lavoro al limite della dignità. Che le nostre chiese possano essere piene di Naomi e di Boaz, di famiglie accoglienti che sanno vedere nello straniero un fratello, una sorella, un figlio e una figlia di Dio, un segno della benedizione divina.
Sophia Artigas
[Fonte: Il Messaggero Avventista, aprile 2026]








