Non rimanere spettatori ma agire con giustizia. Il Messaggero Avventista ha intervistato Ariel Di Porto, rabbino capo della sinagoga Bet Shalom a Roma, officia anche presso il Tempio spagnolo.
Il Giorno della Memoria ricorda quanti si opposero alla Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana degli ebrei, i campi di sterminio. Cosa ci può dire in proposito?
Il Giorno della Memoria non è una ricorrenza neutrale. Ricordare la Shoah significa fare i conti con il paradosso più inquietante dell’Europa moderna: la civiltà che produce Bach e Kant è la stessa che organizza Auschwitz con efficienza amministrativa. L’odio antiebraico non nasce solo dall’ignoranza, può emergere persino dove si presume maturità culturale. I Giusti tra le Nazioni, come Giorgio Perlasca o Giovanni Palatucci, non cancellano la colpa dei persecutori, ma dimostrano che l’uomo può scegliere. Nessun ebreo è vivo oggi grazie alla bontà dell’umanità in astratto, ma grazie a persone concrete che hanno sfidato la corrente. Il contrasto profondo non è tra bene e male in teoria, ma tra chi agisce per la giustizia e chi rimane spettatore.
Dal tragico 7 ottobre 2023 e da tutto quello che ne è scaturito, assistiamo a una crescita esponenziale dell’antisemitismo. Come possiamo educare i giovani per arginare questa deriva?
Con tre strumenti: responsabilità, contestualizzazione, identificazione. La Mishnah ammonisce: “In un luogo dove non ci sono uomini, sforzati di essere un uomo”. Non chiediamo ai ragazzi di “sentire” il passato, ma di riconoscere la dinamica del presente: disinformazione, disumanizzazione, pressione del gruppo. Quando alla Columbia University gli studenti ebrei vengono costretti a nascondere la propria identità per evitare aggressioni, quando a Parigi giovani ebrei evitano di portare la kippah per strada, stiamo assistendo alla normalizzazione di ciò che sembrava impensabile.
Fra qualche anno i sopravvissuti alla Shoah non saranno più con noi per trasmetterci le testimonianze dirette degli orrori che hanno vissuto. Come tramandare le loro testimonianze alle nuove generazioni?
Quando i sopravvissuti non saranno più con noi, la testimonianza dovrà cambiare forma. La memoria è un compito, non un ricordo. Non basta trasmettere storie, bisogna trasmettere strumenti: lettura critica delle fonti, studio dei documenti, responsabilità del linguaggio. L’USC Shoah Foundation ha raccolto oltre 55.000 testimonianze video, creando un archivio che utilizza l’intelligenza artificiale per permettere agli studenti di “dialogare” con i sopravvissuti digitalizzati. In Israele, il progetto “Zikaron BaSalon” porta le testimonianze nelle case private, creando spazi intimi di confronto. I memoriali, tuttavia, non devono trasformarsi in anestetici della nostra moralità. Il rischio è di non percepire, travolti dalle parole e dalle immagini, l’enormità di quanto accaduto. La memoria richiede educazione continua, non commemorazione rituale.
Il Giorno della Memoria fu istituito nel 2000 con una legge, votata all’unanimità dal Parlamento italiano. Dopo 25 anni quale bilancio possiamo tracciare?
Il bilancio è duplice. Da un lato, l’Italia ha sviluppato una sensibilità più ampia. Migliaia di scuole organizzano iniziative, il MEIS (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah) di Ferrara è diventato un centro culturale vitale, le pietre d’inciampo costellano le nostre città ricordando i deportati. Dall’altro, assistiamo a una ritualizzazione che svuota. Se la memoria diventa obbligo civile ma non interrogativo personale, produce un’illusione pericolosa: “Abbiamo ricordato, quindi non può più accadere”. Ma è proprio quando ci si persuade di essere vaccinati che le vecchie malattie tornano. Nel 2024 l’antisemitismo ha raggiunto livelli record un po’ in tutta Europa, in particolare dove la presenza ebraica è più concentrata, in Francia e in Gran Bretagna. In Italia, i dati della Fondazione CDEC (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) mostrano un’impennata di atti ostili. La domanda vera è: stiamo commemorando o stiamo comprendendo? Ricordare Auschwitz il 27 gennaio e giustificare l’attacco a una sinagoga il 28 gennaio significa aver fallito.
Edith Bruck in un’intervista ha dichiarato: “Io non odio nessuno”. Alcuni film mostrano il rifiuto a imbracciare le armi da parte delle vittime della Shoah per resistere alla barbarie nazi-fascista. Possiamo dire che perdono e non-violenza sono valori che rientrano nell’insegnamento delle fedi monoteiste, spesso disattesi dalla Storia?
L’insegnamento di Edith Bruck è potente. Ma nel giudaismo il perdono non è un dovere astratto. Maimonide stabilisce che si può perdonare solo chi chiede perdono e cambia condotta. Simon Wiesenthal, nel suo libro Il girasole, pone la domanda: “Può un sopravvissuto perdonare per conto dei morti?”. La non-violenza non significa rinunciare alla difesa della vita. La resistenza esistette, seppur in condizioni disperate. Le fedi monoteiste non santificano la passività: santificano la dignità. La Torah non ci comanda di amare i carnefici, ma di non diventare come loro. Quando Primo Levi scrive Se questo è un uomo, non predica vendetta ma testimonia l’importanza di restare umani. La memoria vera non produce né odio né ingenuità. Produce esseri umani che rifiutano l’indifferenza e riconoscono che la dignità dell’altro non comincia dalla sua morte, ma dalla sua vita.
[Fonte: Il Messaggero Avventista, gennaio 2026]







