La verità al posto della vendetta. Il 18 luglio si celebra la Giornata internazionale dedicata a un uomo che si è battuto per i diritti civili e la dignità di chi è discriminato. Pagando un prezzo altissimo.
Le storie di Giuseppe (Genese 37-50) e di Nelson Mandela (1918-2013) si somigliano nella svolta centrale della vita, nel passaggio dal carcere al comando di una nazione. Giuseppe, dopo un numero imprecisato di anni trascorsi in prigione, diventa vice-faraone, mentre Mandela, dopo anni di carcere, lavori forzati e torture, diventa presidente del Sudafrica. La svolta della loro vita è andata a beneficio di tutta una nazione: l’Egitto (e non solo), grazie a Giuseppe, è stato salvato da una terribile carestia, il Sudafrica è stato traghettato verso la fine dell’apartheid da Mandela, senza guerra civile né spargimenti di sangue. Entrambi sono stati uomini di grande fede (Mandela era figlio di un pastore metodista).
Il 18 luglio, anniversario della sua nascita, l’ONU ha istituito la Giornata internazionale di Nelson Mandela, o Mandela Day, perché Nelson si è battuto e ha pagato un alto prezzo personale (27 anni di carcere duro, dal 1964 al 1990) per la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Per questo ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1993 ed è diventato il primo presidente nero del Sudafrica (1994-1999). La metodologia usata per portare il Paese alla fine dell’apartheid ha incarnato i modelli di Matteo 5:9: “Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio”, e di Romani 12:21: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.

La via della riconciliazione
Il risentimento tra la popolazione nera del Sudafrica era molto forte e rischiava di sfociare in vendetta contro i bianchi. Il governo Mandela istituì la Commissione Verità e Riconciliazione, presieduta da Desmond Tutu, anch’egli Premio Nobel (1984) e primo vescovo anglicano nero di Città del Capo (1986-1996). La commissione partiva dal presupposto che la giustizia non si raggiunge con la vendetta, ma con la verità. Tutte le vittime potevano presentarsi e rendere pubblica la propria storia, per portare alla luce la verità; ma, cosa ancora più interessante, anche i carnefici potevano andare e confessare i propri crimini. Chiunque lo avesse fatto, avrebbe avuto l’immunità e non sarebbe stato giuridicamente perseguito.
Una metodologia diventata modello e oggetto di studio per altre forme di ingiustizia di sistema in altre nazioni, dove a commettere reato non sono singoli, ma intere collettività, e dove la risposta non può essere la pena detentiva, bensì una rieducazione culturale in cui le persone aprono gli occhi sulla realtà della violenza, riconoscono le proprie responsabilità e si impegnano in un processo di pace e guarigione. Mandela è quindi un luminoso esempio di lotta civile non violenta e una dimostrazione che il regno di Dio non è un’utopia irrealistica, ma può essere un modo alternativo per gestire i conflitti nella prospettiva della pace.
L’apartheid in Sudafrica
Fu un sistema di segregazione razziale istituito nel 1948, che discriminava la popolazione nera, separandola da quella bianca (p. es. scuole, bagni, quartieri separati). Fu abolito nel 1994.
Le principali leggi segregazioniste furono la Population Registration Act (classificazione razziale), il Group Areas Act (zone riservate ai bianchi) e l’Immorality Act (divieto di relazioni tra razze diverse). Le conseguenze del regime di apartheid furono oppressione, violenze e privazione dei diritti civili per la popolazione nera.
Bibliografia per continuare a riflettere
Mandela, Nelson, Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia, Milano, Feltrinelli, 2012.
Tutu, Desmond, Non c’è futuro senza perdono, Milano, Feltrinelli, 2001.
Remotti, Francesco, Contro l’identità, Bari, Laterza, 2025 (II edizione).
Gourevitch, Philip, La informiamo che domani verremo uccisi con le nostre famiglie, Torino, Einaudi, 2000.
Saverio Scuccimarri, professore della Facoltà avventista di Teologia, “Villa Aurora”, Firenze.
[Fonte: Il Messaggero Avventista, luglio-agosto 2026]
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