Che ci succede se perdiamo la Voce?
9 Ottobre 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Che ci succede se perdiamo la Voce?
9 Ottobre 2026

La fede cristiana si fonda su una Parola che ci chiama per nome.

Se la poesia perde la voce, non è più poesia. È quanto emerge da una recente riflessione pubblicata su La Lettura, inserto culturale domenicale del Corriere della Sera a proposito del saggio di Gian Mario Villalta, “Il canto delle parole. Le avventure della voce e della poesia” (Garzanti). L’autore indaga l’enigma della voce nella letteratura, ricordandoci che i versi non sono inchiostro morto su un cimitero di carta, ma una partitura viva che attende di essere eseguita.

“Che ci succede se perdiamo la Voce?” risuona in una profondità ancora maggiore quando spostiamo lo sguardo sul piano spirituale.

La convocazione: l’essere chiamati per nome
Nel suo libro, Villalta sottolinea un concetto teologico e antropologico fondamentale: “Nella voce è radicata la convocazione”. La voce non è soltanto un fatto tecnico o di dizione; la voce chiama qualcuno, lo convoca nello spazio della relazione.

Franz Kafka riscrive il mito delle Sirene e Ulisse legato sulla barca non sente alcun canto perché “le Sirene tacciono”. Non essere chiamato da nessuno è un dolore assoluto, persino più devastante dell’ascolto di una chiamata rischiosa. In un mondo saturo di rumori, di flussi digitali e di slogan commerciali che urlano da ogni schermo, l’uomo contemporaneo sperimenta il deserto di un grande silenzio interiore: il dramma di non sentirsi convocato da nessuno.

La poesia come partitura e la Parola che crea
La Scrittura ci ricorda che l’essere umano è fatto per l’ascolto. Se perdiamo la dimensione fonica, e musicale della parola – quella che richiede silenzio, sintonizzazione e attenzione – rischiamo di atrofizzare la nostra capacità di accogliere la Parola che viene dall’Alto.

La poesia continua a farsi eco di un canto o nostalgia di un canto. Ci educa a non considerare il testo come un oggetto da consumare passivamente, ma come una partitura che il nostro spirito è attrezzato a ricreare. Se smettiamo di educare all’ascolto di questa “seconda voce”, di questo personaggio sonoro che ci viene incontro, perdiamo la capacità di metterci in ascolto.

Ritrovare l’intonazione originaria
Linguaggi rapidi, superficiali riempiono le nostre orecchie ma lasciano vuoto il cuore. Perdere la Voce significa smarrire il senso della nostra origine e del nostro destino.

La fede cristiana si fonda su una Parola che si fa voce, che pronuncia il nostro nome nella storia e ci chiama fuori dalle nostre paure e dalle nostre solitudini. Riscoprire la dimensione vocale e profonda dei testi, fermarsi a leggere ad alta voce, fare spazio nel silenzio della mente per accogliere un’armonia che ci supera, è il primo passo per uscire dal baccano del mondo.

Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.

[Immagine: Kanenori, Pixabay.com]

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