La decisione di trasmettere in diretta l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, autore della strage di Fort Hood in Texas (USA) nel 2009, ha suscitato una reazione che ha attraversato le appartenenze religiose e politiche. Se la condanna del gesto criminale è stata unanime, sempre più voci hanno condannato la scelta di trasformare l’atto finale della giustizia in un evento mediatico.
Tra queste quelle dei responsabili delle Chiese cristiane. L’arcivescovo cattolico Timothy Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti, ha definito la trasmissione dell’esecuzione una forma di barbarie incompatibile con la dignità della persona umana. Il Consiglio dei vescovi della Chiesa Metodista Unita ha invitato a riflettere sul rischio di combattere il male assumendone i metodi, ricordando che è possibile chiedere conto delle proprie azioni a chi ha commesso crimini gravissimi senza rinunciare ai principi di umanità e misericordia. Gli stessi concetti espressi su questa piattaforma qualche giorno fa (leggi: Quando la morte diventa spettacolo).
A queste prese di posizione si sono aggiunte le riserve di esponenti politici conservatori e progressisti, di militari in servizio e in congedo, di alcuni sopravvissuti alla strage. Secondo i sondaggi diffusi dalla stampa americana, circa l’80% degli americani si dichiarava contrario alla diffusione in diretta dell’esecuzione. Decine di soldati avrebbero chiesto assistenza legale per non partecipare al plotone di esecuzione. Non contestando la gravità del delitto di Hasan né il dolore delle vittime e delle loro famiglie, ma manifestando la difficoltà morale di prendere parte a un’esecuzione che trasmessa in diretta come spettacolo per milioni di persone. Una convergenza che dimostra che esistono ancora valori condivisi che superano le divisioni ideologiche.
Queste levate di scudi hanno ottenuto un effetto: la disapprovazione ha indotto le autorità a fare marcia indietro, annunciando la rinuncia alla trasmissione in diretta dell’esecuzione. In un tempo in cui la comunicazione tende spesso a privilegiare ciò che colpisce e scandalizza, questa vicenda ricorda che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente opportuno. La rinuncia alla diretta rappresenta una vittoria del senso del limite, del rispetto per la dignità umana e della convinzione che la giustizia non abbia bisogno di essere spettacolarizzata per essere autentica.

Spesso, rispetto alle vicende che riguardano la società, i diritti, le relazioni umane, tra popolazioni, governanti e Stati, insomma quella che chiamiamo con una parola poco amata eppure determinante la “politica”, la posizione di semplici spettatori non tiene sufficientemente conto del fatto che anche noi siamo coinvolti e abbiamo un potere. Forse questa posizione ha anestetizzato il nostro senso civico. Troppo spesso reagiamo soltanto quando temiamo che qualche scelta, decisione o gesto minaccino la nostra sicurezza e tranquillità. Ma la rinuncia ad esercitare pressione per difendere i valori e i diritti rischia di ritorcersi contro.
Non dobbiamo trascurare la responsabilità come cittadini, e anche come credenti di perseguire il bene e condannare il male con fermezza, sostenendo il diritto delle vittime a ottenere giustizia e, nello stesso tempo, rifiutando il fatto che il sopruso e l’imposizione di una volontà in funzione della forza divengano un dato acquisito e scontato. La violenza non può assumere contorni di legittimità in funzione di chi la esercita.
Questa è la vera posta in gioco oggi: dimostrare, usando gli strumenti di comunicazione, di essere tanto forti da imporre la propria volontà. Una logica che sembra prevalere non solo nella vicenda di questa esecuzione capitale ma anche in numerose altre crisi nel mondo dove il diritto del più forte viene affermato a scapito delle regole e del diritto.
La fede cristiana invita a guardare oltre la logica della forza. Il Dio della Bibbia è schierato a difesa “del povero da chi è più forte di lui” (Salmi 35:10) e, a riprova di questa sua intenzione, fin dalle origini del patto con Abramo asserisce di averlo “prescelto perché ordini ai suoi figli, e alla sua casa dopo di lui, che seguano la via del Signore per praticare la giustizia e il diritto” (Genesi 18:19). Ricordare che ogni essere umano conserva una dignità che non deriva dai suoi meriti né dalla sua forza ma dall’essere creatura di Dio è il compito specifico assegnato all’umanità, ai credenti in particolare, ai quali corre l’obbligo di discernere ciò che contribuisce al bene comune difendendo la giustizia e il diritto, condannando i soprusi e gli abusi.
Giuseppe Cupertino, direttore responsabile del Messaggero Avventista.
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