L’equilibrio sottile tra responsabilità individuale e fiducia.
“Dio aiuta chi si aiuta da solo” è un insegnamento biblico? Molti lo credono, ma questa frase non compare in alcun passo della Scrittura. In realtà, la sua origine è antica e arriva dal pensiero greco, in particolare dalle favole di Esopo.
Una di queste narra di un uomo il cui carro era rimasto impantanato nel fango. Prima ancora di provare a tirarlo fuori da solo, invocò l’aiuto di Ercole. L’eroe gli apparve e gli disse che gli dei aiutano solo chi si impegna in prima persona.
Questa idea è stata spesso ripresa anche in contesti cristiani, ma il messaggio della Bibbia va nella direzione opposta: Dio si rivela come colui che sostiene chi non può aiutarsi da solo, che offre grazia non guadagnata, che rafforza i deboli, che consola gli afflitti.
Dio è il Padre che corre incontro al figliol prodigo; è come una chioccia che raccoglie i suoi sotto le ali; non umilia chi non ce la fa.

Nel Nuovo Testamento, in Ebrei 4:16, leggiamo: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno”. Il testo non dice che possiamo avvicinarci a Dio soltanto dopo aver fatto tutto il possibile.
Allo stesso modo, Filippesi 4:6-7 ci invita a presentare le nostre richieste al Signore in ogni circostanza, non dopo aver provato inutilmente ogni soluzione. Forse non riceveremo sempre ciò che desideriamo, ma la Bibbia ci assicura che Dio è con noi e sa trarre il bene anche dalle situazioni più difficili.
Detto questo, se “Dio aiuta chi si aiuta da solo” non è vero, allora che cosa implica? Dovremmo smettere di agire? Aspettare che Dio faccia tutto al posto nostro? Naturalmente no. Il Signore ci offre doni, opportunità, relazioni, e siamo chiamati a rispondere con responsabilità. La salvezza e la vita eterna ci sono donate: sta a noi accoglierle. Allo stesso modo, le opportunità che Dio mette sul nostro cammino ci chiamano a scegliere, e a partecipare attivamente.
C’è poi un altro problema: se Dio ci aiutasse solo dopo che abbiamo fatto del nostro meglio, allora anche nel rapporto con gli altri potremmo valutare se essi “meritano” il nostro aiuto. Ma questo contraddice il comandamento dell’amore verso l’altro, “ama il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19:18). Dovremmo forse decidere noi quando gli altri “si sono impegnati abbastanza” da essere degni del nostro sostegno?
Se applicassimo questa logica anche a Dio, vorrebbe dire che l’accesso all’Eterno dipende dalle nostre azioni. Ma la Bibbia è chiara: nulla potrà separarci dall’amore di Dio (Romani 8:38-39). Né potenze spirituali né circostanze esterne, e nemmeno la nostra inerzia, possono allontanarci dal suo amore.
Allo stesso modo, nulla dovrebbe impedirci di spandere la nostra compassione a chi è nel bisogno.
Ashley Jankiewicz
[Fonte: record.adventistchurch.com. Tradotto da Veronica Addazio]
[Foto: Vladans, Dreamstime.com e jeffjacobs1990, Pixabay.com]







