Magi e pastori, persone comuni e studiosi, sono testimoni di un evento che ha cambiato il corso della storia.
Al momento stabilito nel piano di salvezza, Cristo ci è stato inviato: “ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Galati 4:4).
In uno scenario celestiale, che va ben oltre qualsiasi cosa la cinematografia hollywoodiana possa produrre, gli angeli scendono sulla terra, gli astri cambiano rotta, i magi partono per Betlemme guidati da una stella e i pastori diventano personaggi leggendari in una storia che supera di gran lunga ciò che il nostro mondo possa mettere in scena. Nel frattempo, Erode gioca la sua ultima carta, mentre Giuseppe e Maria celebrano la nascita del loro bambino circondati da animali in una stalla di Betlemme, ” perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Luca 2:7).
I pastori fanno parte del piano divino, dimostrando che la salvezza è accessibile a tutti. I magi ricevono la buona notizia anche se non ne comprendono ancora il significato, e capiamo che la grazia non ignora i ricchi e i potenti. Persino il crudele Erode adempie le profezie del Signore: “Si è udita una voce a Rama, un lamento, un pianto amaro…” (Geremia 31:15). E “chiamai mio figlio fuori d’Egitto” (Osea 11:1).
Per chi è lontano
Nella società ebraica in lotta contro la pax romana, la nascita di Gesù giunge puntuale, come l’acqua che impregna la terra arida. Tuttavia, la notizia viene accolta con entusiasmo solo da poche persone. “È venuto in casa sua, e i suoi non lo hanno ricevuto” (Giovanni 1:11), perché amavano le tenebre più della luce.
Tra tutti i testimoni della nascita del Signore, i pastori erano probabilmente gli unici ebrei. “Nei campi in cui il giovane Davide aveva fatto pascolare le sue greggi, vegliavano dei pastori. Nel silenzio della notte, parlavano del Salvatore promesso e pregavano perché il Re salisse sul trono di Davide”.[1] Persino il regnate Erode era di stirpe idumea, un discendente di Esaù. Temendo per la sicurezza del suo trono, scatenò un vero e proprio genocidio… Nel suo orgoglio, credeva di poter fermare il piano di Dio con una spada e un comando. Invece, nel mezzo di quel gioco dei troni, era nato il Re, colui che regnerà per sempre.
La Bibbia descrive i figli d’oriente in una luce molto più positiva. Caratterizzati da una sapienza emblematica che solo Salomone superava (1 Re 4:30), i magi intraprendono un viaggio irreversibile, guidati da una stella composta da un gruppo di angeli: “La notte in cui la gloria di Dio aveva inondato le colline di Betlemme, i magi avevano scorto nel cielo una luce misteriosa. Essa aveva poi lasciato posto a una stella luminosa che si spostava lentamente nel cielo. Non era una stella fissa né un pianeta e questo fenomeno provocò in loro la più viva curiosità. Quei savi non sapevano che quella stella era formata da una schiera di angeli risplendenti, però avvertirono che essa aveva per loro una grande importanza”.[2]
Un’altra via per casa
Uno dei loro “profeti” aveva pronunciato una profezia che non sarebbe stata ricompensata con oro e argento: “un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele” (Numeri 24:17). Il popolo ebraico possedeva numerose predizioni sulla nascita del Salvatore, ma le parole dei profeti morirono sulle loro labbra perché non erano al passo con la luce ricevuta. Aspettavano un re con la spada, non un bambino in una mangiatoia. Eppure, nel silenzio di Betlemme, ciò che i profeti avevano sognato si avverò: l’Emmanuele, Dio con noi.
Come Caleb[3] il kenizzita nei tempi antichi, così come Giobbe, Ietro e Rut, i magi sono parte di una catena di fedeli provenienti dall’oriente che adorano il bambino. Sono tra coloro che verranno “da oriente e da occidente” per sedersi alla mensa nel regno di Dio (Luca 13:29).
Dopo il memorabile incontro con il bambino nato nella mangiatoia, i magi tornarono a casa per una strada diversa (Matteo 2:12).
Si potrebbe mai tornare a casa per la stessa strada dopo aver incontrato Gesù?
Daniel Niţulescu
Note
[1] E. G. White, Gesù di Nazaret. La speranza dell’uomo, Edizioni ADV, Impruneta (FI), 2007, p. 24.
[2] Ivi, p. 33.
[3] Caleb non era ebreo, anche se divenne uno dei due simboli del popolo ebraico, insieme a Giosuè.
[L’articolo intero è su st.network. Traduzione: Lina Ferrara, HopeMedia Italia]







