È verità, perdono, giustizia.
Il titolo dell’articolo non è sbagliato, è voluto. Il 21 settembre si celebra la Giornata internazionale della pace, istituita nel 1981 dalle Nazioni Unite; un giorno dal forte contenuto simbolico che dal 2001, sempre per volere dell’ONU, è considerata ricorrenza annuale di un’ideale cessate il fuoco globale.
Il problema è che è diventata una parola stanca che celebriamo più facilmente di quanto non pratichiamo; appannaggio di chi, nel tentativo di costruire consenso elettorale, somministra pezzi di verità tagliata con l’accetta, intrisi di quella dolce glassa arcobaleno. È diventata metro per misurare, biglietto da visita da ostentare, martelletto da tribunale. “…pace in terra agli uomini di buona volontà” (Luca 2:14), sì ma quale volontà?
Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di pace e mai come in questo periodo abbiamo svuotato di significato questa parola. La vedi ovunque: sulle torte di compleanno, sulle bandiere in piazza, sui volantini dei supermercati, sulle spillette; un brand sempre più consolidato e redditizio, una parola che apre ogni porta, un passe-partout. Eppure, le guerre non si fermano. Anzi, in nome della pace e della protezione dei popoli si stanno aumentando le spese militari.
Più la parola “pace” viene inflazionata e meno sembra significare qualcosa. Il profeta Geremia potrebbe rivendicare la paternità del ragionamento perché ben prima che esistesse, scriveva: “Pace, pace, dicono; ma pace non c’è” (6:14). Non credo lo facesse per attaccare chi desiderava la pace ma forse per criticare chi la usava come parola rassicurante evitando di affrontare le cause della sua assenza.
La pace che smette di essere verità e diventa retorica è forse il più grande tradimento che l’essere umano possa fare a se stesso e al suo prossimo, senza voler scomodare Dio che comunque un po’ c’entra.
Per alcuni la pace è assenza di guerra. Troppo riduttivo, oserei dire passivo, forse irrispettoso perché non puoi pensare di descrivere il Bene come mera assenza di Male. Per altri, la pace è ordine, sicurezza, equilibrio, va un po’ meglio ma sa troppo di plastica, di finto, di scontato. Le Scritture usano una parola molto più esigente che ti attraversa: Shalom. È pienezza di relazioni, giustizia, riconciliazione, vita che torna a fiorire.

Gesù non promise ai suoi discepoli una vita senza conflitti, avvolti dalla pace, appunto, dei sensi, ma diceva loro: “Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà…” (Giovanni 14:27). È un’altra roba, di altro calibro; non disarma ma arma, nel senso che equipaggia, rinforza, prepara, ti mette nelle condizioni di fare la tua parte.
A questo punto potremmo pure spingerci a dire che ci sono almeno due modi per parlare di pace: uno che rassicura, uno che trasforma. A me interessa il secondo. Sarà che forse la glassa arcobaleno non mi piace, mi alza troppo la glicemia e mi annebbia la mente.
La pace di Cristo passa dalla verità, non dagli slogan, passa dal perdono, non dalla resa dei conti, passa dalla giustizia, non dall’inerzia. La pace non evita le ferite e non funge da cerotto, piuttosto le guarisce e ti spinge a rialzarti per andare a “combattere il buon combattimento”, mi sembra fosse l’apostolo Paolo a dirlo, uno che sul senso più profondo di pace qualcosa aveva capito e aveva anche scritto.
Il 21 di questo mese vediamo se riusciamo ad andare un po’ controcorrente, a dare a questa parolina magica un nuovo contenuto, che sia nostro e che la liberi dai lacci che le hanno legato intorno, provando a fare una cosa buffa, quella di non pronunciarla né usarla come passe-partout, bensì vivendola.
Marko Hromiš, collaboratore del Messaggero Avventista.
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