Le scarpe del Signore
21 Ottobre 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Le scarpe del Signore
21 Ottobre 2026

Ci sono le scarpe.

Sono le scarpe da ginnastica con l’aria sulla suola, quelle che costano trecento euro. Trecento euro per un pezzo di gomma, due stringhe e una sagoma di plastica colorata fatta dall’altra parte del mondo da un altro ragazzino che di euro ne prende tre al giorno, se va bene.

E poi c’è la vetrina pulita col Vetril, lucida, trasparente. Tu ci guardi attraverso e vedi le scarpe. E le scarpe ti guardano. E ti dicono: “Se mi compri, sei qualcuno. Se non mi compri, non vali niente”.

Poi guardi i social con lo schermo retroilluminato e i messaggi sconclusionati sono coinvolgenti.

Hanno dodici anni, tredici anni. Portano il cappuccio tirato giù fino agli occhi perché fa freddo, sì, ma anche perché così non si vede in faccia che hanno ancora la pelle liscia da bambini. E mica hanno un’idea politica. Non hanno un manifesto. Non hanno la tessera di un partito in tasca. Non sanno nemmeno che esistono i partiti, non l’hanno mai saputo. Seguono un messaggio sul telefono che gira di mano in mano: “Tutti in centro a fare casino dove abitano i ricchi”.

E allora prendono un sasso, o un pezzo di ferro, quello che capita. Sbam!

La vetrina va in mille pezzi. I vetri cadono per terra e fanno quel rumore di cristallo che sembra una festa, ma non è una festa per niente. Il ragazzo infila la mano, prende la scatola con le scarpe da trecento euro e corre via. Corre fortissimo. Corre con le scarpe nuove sotto il braccio, ma le scarpe sono ancora dentro la scatola, e lui ai piedi ha sempre quelle vecchie, quelle sfondate che fanno passare l’acqua quando piove.

Poi la mattina dopo arrivano i giornali. Arrivano i ministri.

I ministri si mettono la cravatta buona, si mettono davanti alle telecamere e dicono: “La violenza va condannata senza se e senza ma”.

Che è una frase bellissima, no? È come dire che quando viene giù il temporale è meglio ripararsi. Chi è che vuole prendersi la tempesta in testa? Nessuno. Ma intanto l’acqua scende e ti bagni lo stesso.

E il politico da una parte dice: “La colpa è del sindaco!”.

E quello dall’altra parte risponde: “La colpa è del governo!”.

E intanto il ragazzo col cappuccio sta a casa sua, in periferia, dove il ponte levatoio l’hanno tirato su da un pezzo, e si guarda le scarpe di plastica da trecento euro appoggiate sul comodino. E si accorge che non è cambiato niente. Ha le scarpe, sì, ma la casa è sempre quella. I problemi sono sempre quelli. La rabbia è sempre quella.

Michele Serra l’ha scritta giusta, questa storia. Ha detto che alla fine, tra la borghesia e il proletariato, non ha vinto nessuno. Hanno vinto le scarpe.

Sì, ma i padri? E le madri?

C’è la signora che fa le pulizie o la badante in centro, o il papà che si fa dieci ore di cantiere al caldo o sotto la pioggia. Arrivano in questura la mattina presto, con gli occhi gonfi di sonno e di vergogna. E il poliziotto gli chiede con la nostra stessa voce: “Ma voi dove eravate stanotte mentre vostro figlio spaccava tutto?”.

E la madre guarda per terra e risponde: “Non lo so. Io non sapevo niente. Io stavo lavorando”.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, diceva Qualcuno.

Noi che guardiamo la TV indignati le pietre mica le tiriamo ai vetri delle vetrine. Le tiriamo in testa ai padri, alle madri, ai ragazzini che rimangono ragazzini anche quando vanno a rubare la plastica griffata.

Io me lo immagino il Signore Gesù se tornasse stasera.

Non andrebbe nei palazzi eleganti e nemmeno andrebbe dove fanno i grandi discorsi.

Girerebbe le periferie, a piedi nudi o con un paio di ciabatte infradito consumate. E magari si fermerebbe davanti a quel ragazzo di tredici anni col cappuccio. Non gli darebbe uno schiaffo. Non gli farebbe la solita ramanzina.

Gli guarderebbe la scatola delle scarpe nuove, poi gli guarderebbe gli occhi. E gli direbbe piano, con una dolcezza che fa più rumore di un sasso contro il vetro:

“Ma davvero credevi che per valere qualcosa avevi bisogno di metterti ai piedi la plastica di un altro?”.

Perché la storia è tutta qui. Ci hanno fatto credere che la vita sta dentro le cose che compriamo. E se non possiamo comprarle, ce le prendiamo con la forza. Ma la vita non è una scarpa. La vita è lo sguardo di qualcuno che ti vede e ti dà valore anche quando non hai un euro in tasca.

E finché non impariamo a guardarli negli occhi, questi ragazzi furiosi, possiamo mettere tutte le sbarre che vogliamo, possiamo mettere tutte le telecamere del mondo: la notte continuerà a bruciare, e noi saremo sempre qui a chiederci di chi è la colpa.

Ispirato da un articolo di Michele Serra su Repubblica, qui.

Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.

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