Se vuoi far sentire meglio una persona (a cominciare da te), siediti e componi una lettera di ringraziamento.
Quand’è stata l’ultima volta che hai ricevuto una lettera che non fosse una bolletta, un biglietto d’auguri o una proposta di un’agenzia immobiliare per convincerti a vendere casa? Nell’era digitale, molti dei nostri pensieri più profondi sono ridotti a emoji, messaggi abbreviati o saluti precompilati sui social media, inviati con un semplice clic. Non c’è da stupirsi se molti di noi vivono percependo tanta solitudine e mettendo in discussione il proprio valore nel mondo.
Scrivere e consegnare una lettera di ringraziamento a qualcuno può avere un effetto sorprendentemente potente. I ricercatori hanno scoperto che farlo accrescerebbe la felicità a un livello altissimo tra quelli maggiormente sperimentati.[1]
Cito a titolo d’esempio la storia di Nancy Davis Kho. Stava per compiere 50 anni e ha deciso di scrivere una lettera di ringraziamento a settimana per 50 settimane a qualcuno che l’aveva aiutata, incoraggiata o ispirata. L’intento ha avuto un impatto profondo su di lei. Ha cambiato il modo in cui vedeva le persone intorno a sé, le ha reso più facile trovare il lato positivo della vita e ha consolidato i suoi rapporti perché i destinatari erano davvero toccati dalle sue parole. Soprattutto, scrivere quelle lettere le ha donato un senso di pace duraturo.[2]
Quando amiamo e apprezziamo le persone ma non glielo diciamo mai, dentro di noi portiamo un fardello. Gli studi dimostrano che il rimpianto è spesso legato a ciò che non abbiamo fatto piuttosto che a quello che abbiamo compiuto; e quando si tratta di relazioni, vengono alla mente soprattutto le parole non dette.[3]
Anche le emozioni positive come l’amore, il riconoscimento e il perdono, quando quando sono espresse, possono lasciarci la sensazione di avere delle questioni in sospeso.
La vita offre innumerevoli, piccole occasioni per essere grati: quando qualcuno ci fa un regalo, ci offre qualcosa da bere o ci aiuta nello svolgimento di un compito. Eppure, spesso le nostre risposte risultano piatte o poco convincenti. Quand’è stata l’ultima volta che hai ricevuto un ringraziamento e ti sei sentito veramente visto e apprezzato?

Il dottor Amit Kumar è docente di “benessere” all’Università del Texas (USA). Il professore ha osservato che le persone sottovalutano l’effetto positivo che possono avere sugli altri con un minimo investimento di tempo ed evidenzia che chi riceve lettere di ringraziamento spesso riferisce di sentirsi “euforico”.
Scrivere una lettera di questo tipo, allora, è un toccasana sia per chi la compone sia per chi la riceve. Ecco come iniziare.
Decidi a chi scrivere
Che sia la mamma, il papà, un’amica, un insegnante, un parente o un collega, il primo passo è individuare un destinatario.
Sii specifico
Concentrati su tre cose: cosa ha fatto questa persona per te, come ti ha cambiato e chi sei diventato poi grazie a lei. Il tuo scritto non deve aggiudicarsi un premio, ma soltanto essere autentico e onesto.
Conservane una copia
Le lettere sono speciali perché sono promemoria tangibili che si possono rileggere, e riflettere su di esse è utile tanto a chi le legge, quanto a chi le riceve.
Consegnala
L’ideale sarebbe consegnare la lettera di persona e leggerla ad alta voce. Se non fosse possibile, spediscila per posta, come si faceva un tempo.
La principale difficoltà dell’esercizio sta nel superare l’imbarazzo percepito. Le ricerche dimostrano che tendiamo a sovrastimare quanto sarà disagevole inviare una lettera di gratitudine e a sottovalutare la felicità che porterà al destinatario.
Allora, cosa aspetti? Comincia a comporre. La tua lettera potrebbe davvero cambiare la vita di qualcuno. E anche se non ti risponderanno, ne trarrai comunque tutti i benefici in termini di felicità.
Zanita Fletcher è una life coach e redattrice per Signs of the Times South Pacific.
Note
[1] Martin EP Seligman e altri autori, “Progressi nella psicologia positiva: validazione empirica degli interventi” (2005, “American Psychologist”. Vol 60, No 5, 410–421).
[2] “Lunch Lady Magazine” (2025, numero 20).
[3] Thomas Gilovich e Victoria H Medvec, “Il modello temporale dell’esperienza del rimpianto” (1994, “Journal of Personality and Social Psychology”. Vol 67, n. 3, 357–365).
[Fonte: st.network. Tradotto dalla redazione]
[Immagini: SEVENHEADS, Pixabay.com e Kk8737, Dreamstime.com]







