Nel fine settimana del 16-18 ottobre, nel suggestivo contesto di Casuccia Visani a Poppi (AR), si è svolto il IX Convegno nazionale avventista sulla relazione d’aiuto, dal titolo “La gestione dell’emergenza. Tra aspettative e risorse nella relazione d’aiuto”, organizzato dal dipartimento Ministeri della famiglia (MAF) con il patrocinio del CeCSUR, l’Istituto Universitario Avventista “Villa Aurora” e la Fondazione Vita e Salute. L’evento era rivolto a tutti i professionisti che lavorano in questo ambito: psicologi, counselor, assistenti sociali, educatori, insegnanti e operatori sanitari.
Cosa succede quando un evento improvviso spezza l’equilibrio della nostra vita o della comunità in cui viviamo? E cosa accade dentro a chi è chiamato a prestare aiuto, ad accogliere l’urgenza, a farsi carico del dolore altrui? È attorno a queste domande che si è sviluppato il convegno.
Uno dei primi snodi concettuali emersi dal confronto tra i partecipanti riguarda la ridefinizione stessa di emergenza. Intesa come un evento critico improvviso capace di spezzare l’equilibrio bio-psico-sociale dell’individuo e della comunità, l’emergenza non colpisce solo chi la vive in prima persona, ma si estende a cerchie familiari, sociali e agli stessi operatori.
Dal dibattito è emersa una distinzione fondamentale tra due tipologie di emergenza: l’emergenza acuta, che richiede un intervento tempestivo; l’emergenza cronica: una condizione più sommersa e prolungata nel tempo, che si manifesta, ad esempio, nei contesti educativi dove bambini e ragazzi crescono privi di figure di riferimento o nei servizi sociali gravati da continue segnalazioni.
Orientare l’intervento nella crisi richiede un continuo ed equilibrato dialogo tra competenza tecnica e tenuta emotiva. I relatori e i partecipanti hanno così delineato un profilo d’aiuto fatto di attitudini trasversali: la calma e la lucidità come prima “base sicura” per chi si trova in allarme; la chiarezza comunicativa per orientare chi vive la confusione del trauma; la prontezza decisionale priva di impulsività; un ascolto profondo della sofferenza e, non da ultimo, la custodia dei confini professionali unita alla condivisione del carico emotivo con la propria équipe.

L’intervento d’emergenza attiva risonanze profonde che, se trascurate, rischiano di compromettere sia l’efficacia dell’aiuto sia il benessere del professionista. Una delle insidie principali è la trappola del salvatore onnipotente: l’illusione di doversi fare carico di ogni peso, mostrando un’invulnerabilità irreale. Per superare questa dinamica, riprendendo la “metafora dei barattoli“, è stato ricordato come ciascun individuo disponga di una riserva limitata di risorse fisiche, cognitive ed emotive.
Attingere continuamente da questo contenitore senza prevedere momenti di decompressione porta inevitabilmente all’esaurimento o alla compassion fatigue. Riconoscere i segnali del corpo, stabilire confini sani, concedersi spazi di ricarica e avere il coraggio di chiedere aiuto non sono segni di debolezza professionale, ma atti di responsabilità e umiltà.
Infine, in un’ottica cristiana e interdisciplinare – arricchita dai contributi di Deborah Giombarresi, Loide Sartorello, Anna Nunziati, Jean Pierre Caruso, Mirela Pascu, Elisa Severi e dal pastore Ignazio Barbuscia – il convegno ha offerto una prospettiva profonda sul senso dell’aiuto.
Non sempre l’operatore ha il potere di risolvere la situazione o cancellare la sofferenza. In molti casi, la competenza più alta consiste nel saper “stare”: contenere, abitare la fragilità, l’impotenza e il dolore dell’altro senza farsi travolgere. La presenza attiva dell’operatore può diventare luce ma per poter illuminare il cammino altrui non bisogna dimenticare di proteggere e custodire la propria fiamma.

In conclusione, al termine del convegno, ci siamo dati appuntamento al prossimo anno, quando celebreremo il decimo anniversario del Convegno sulla relazione d’aiuto. Per l’occasione, cambieremo location, e saremo ospiti dell’Istituto Universitario “Villa Aurora”, a Firenze, dal 19 al 21 novembre 2027.
A cura di Laura Palumbo e Chiara Calabrini, rispettivamente della chiesa di Forlì e di Bovisio Masciago.
[Foto: MAF]















