Il paradosso della crescita
6 Febbraio 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Il paradosso della crescita
6 Febbraio 2026

Il rischio di concentrarci solo su noi stessi, dimenticando l’altro, è più sottile di quanto sembri. Quando la spiritualità diventa un percorso esclusivamente individuale, può trasformarsi in una sorta di auto-referenzialità mascherata.

Le persone scelgono molti percorsi per favorire la propria crescita spirituale, dagli studi biblici in piccoli gruppi a lunghe ore di preghiera individuale. Entrambe queste pratiche sono molto valide e sarebbe importante coltivarle. Ma da sole, possono produrre una crescita reale?

No.

Se questi sono gli unici mezzi per evolvere nella comprensione di Cristo, allora manca qualcosa di essenziale. Scrive l’apostolo Paolo alla chiesa di Filippi: “… cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2:4-7).

Concentrarsi su se stessi non significa migliorarsi
La cultura occidentale, soprattutto a partire dal Novecento, ci ha condotti verso gli scaffali delle librerie dedicati all’auto-aiuto, dove speravamo di trovare la chiave per liberare il nostro vero potenziale. Verso la fine del XX secolo, i motivatori riempivano le sale (facendosi peraltro pagare profumatamente) promettendo di aiutarci a superare i nostri limiti, e molto di questo sforzo era orientato allo sviluppo professionale, utile a far crescere venditori e dirigenti.

Negli Stati Uniti, questo filone ha iniziato a mescolarsi con il cristianesimo, dando l’impressione che il più profondo desiderio di Dio per noi sia quello di diventare benestanti, potenti e affascinanti. Il problema è che il centro di tutto rimane l’io: proprio la radice del mondo decaduto.

Una parte di questa mentalità è arrivata anche nelle nostre comunità. Non siamo ossessionati dalla prosperità materiale – almeno non come alcuni dei nostri fratelli cristiani – ma siamo comunque concentrati su noi stessi, come se la somma dell’esperienza cristiana fosse il miglioramento personale.

Non fraintendermi, studiare la Bibbia e pregare di più è davvero fondamentale. Non è possibile crescere come cristiani senza questi pilastri. Ma se il cammino con Cristo non procede sulla via del servizio verso gli altri, al centro rimani tu stesso.

Il servizio: l’unica via
L’apostolo Paolo ci incoraggia a svuotarci del sé in favore degli altri, e diciannove secoli dopo Ellen G. White (co-fondatrice della Chiesa Avventista, ndt) confermava con decisione: “L’unico mezzo per crescere nella grazia divina consiste nel compiere disinteressatamente ciò che il Cristo ci ha ordinato di fare: impegnarci con tutte le nostre forze in favore di coloro che hanno bisogno di noi. La forza si acquisisce tramite l’esercizio: l’attività è la condizione stessa della vita. Coloro che pensano di essere cristiani senza fare nulla, accettando passivamente le benedizioni che la grazia elargisce loro, assomigliano a chi cerca di vivere senza lavorare. Questo atteggiamento porta alla degenerazione e alla miseria sia dal punto di vista spirituale sia da quello materiale”.[1]

Nota ciò che E. G. White non dice. Non afferma che il servizio sia uno dei modi per crescere nella grazia; afferma chiaramente che è l’unico.

Se la nostra esperienza cristiana è ancorata all’idea del miglioramento personale, l’attenzione rimane su di noi, e, diciamolo chiaramente, siamo pessimi giudici di ciò che significa essere simili a Cristo. Il profeta Isaia è stato cristallino quando ha sottolineato che persino i nostri migliori sforzi sono contaminati dal peccato. “Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento” (Is 64:6).

Il paradosso della santificazione
Se dovessimo creare una lista di cose da fare per raggiungere la completa santificazione, quell’elenco sarebbe sbagliato. Perché? Non possiamo vederci come ci osserva Dio. E per complicare ulteriormente le cose, c’è un paradosso nel diventare più simili a Cristo: più ci avviciniamo a lui, peggio appariremo ai nostri nostri stessi occhi.

Anni fa ho partecipato a un progetto per rinnovare il seminterrato di una chiesa che aveva davvero bisogno di qualche miglioria. Il primo passo che affrontammo fu l’orribile illuminazione e, una volta installate le nuove luci, pigiai l’interruttore con entusiasmo per vedere il seminterrato in tutta la sua nuova luminosità. Rimasi sconvolto da ciò che vidi: con una luce più intensa, quello spazio sembrava ancora peggio di prima.

Così è anche per il cuore umano: più ti avvicini alla luce di Cristo, più noterai delle imperfezioni. Non arriverai mai al punto in cui potrai dire: “Sono proprio come Gesù” (anche se ho incontrato qualche povero illuso che sembra credere di esserci arrivata).

Gli altri
Il nostro problema principale è l’ego; è ciò che ha generato i problemi in Eden e continua a oscurare la nostra percezione di Cristo. Ogni pensiero è contaminato dall’io. E cosa fa Dio, allora? Ci assegna un compito perfettamente altruista: “Concentratevi sugli altri”.

Quando prendiamo sul serio questo invito, la nostra vita spirituale cambia radicalmente. El. G. White lo descrive così: “Se lavorerete secondo gli insegnamenti che ha dato il Cristo e susciterete in altre persone l’interesse per il suo messaggio, sentirete subito la necessità di un’esperienza più profonda e di una conoscenza più ampia delle realtà divine. ‘Assetati e affamati di giustizia’ invocherete Dio e berrete abbondantemente alla fonte della salvezza rafforzando la vostra fede. Le avversità e le prove vi indurranno a rivolgervi alla Parola di Dio e a pregare, così crescerete in grazia e conoscenza del Cristo, acquisendo una ricca esperienza”.[2]

Gesù tiene davvero a ciascuno di noi. Anche se la Scrittura non lo afferma esplicitamente, credo veramente che se fossi stato l’unico peccatore sulla terra, Cristo sarebbe comunque morto solo per me. Dio dà valore all’individuo, non a un’entità impersonale destinata a dissolversi nell’universo, come in alcune filosofie orientali.

Allo stesso tempo, non si tratta soltanto di te. E per porti in una condizione in cui lo Spirito possa davvero fare qualcosa con il tuo cuore orgoglioso, Dio ti chiede di mettere da parte te stesso, così da poter rivolgere l’attenzione agli altri. Chiede un passo indietro del tuo ego..

La nostra fede non consiste principalmente nell’essere dottrinalmente corretti e vincere le discussioni (anche se una dottrina corretta è assolutamente essenziale!). Non consiste nemmeno nel lottare contro i propri impulsi peggiori (anche se lottare è necessario!).

Riguarda il prossimo. È l’unico modo per crescere nella grazia. Fidati, quando raggiungi gli altri non fai solo questo, apri anche la porta affinché Dio possa raggiungere te. Gesù ha insegnato: “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo 10:39).

Shawn Boonstra

Note
[1] E. G. White, La via migliore, Edizioni ADV, Firenze, pp. 80, 81.
[2] Ivi, p.80.

[Fonte: Adventist Review. Tradotto da Veronica Addazio].
[Immagini: Tom Wang e Mauricio Jordan De Souza Coelho, Dreamstime.com].

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