La voce dei genitori è una carezza che dona vita ai piccoli ricoverati. A raccontarci il suo lavoro di ricerca che unisce anni di studio e senso di missione è Marina Elizabeth Caputo, musicoterapeuta e membro della chiesa avventista di Avellino.
Una ricerca scientifica condotta nella Terapia Intensiva Neonatale dell’Azienda Ospedaliera “San Giuseppe Moscati” di Avellino e presentata al 18° World Congress of Music Therapy di Bologna dello scorso mese di luglio, ha approfondito il ruolo della voce dei genitori nel sostenere i neonati prematuri durante le procedure potenzialmente dolorose.
Lo studio pilota è stato condotto dalla musicoterapeuta Marina Elizabeth Caputo, nell’ambito del suo lavoro di ricerca, in collaborazione con l’équipe sanitaria del reparto e sotto la responsabilità scientifica del dott. Sabino Moschella.
Marina, 37 anni, fa parte della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno di Avellino. Per conoscere il suo percorso, le abbiamo rivolto alcune domande.

Marina Elizabeth Caputo (seconda da sinistra) al 18° World Congress of Music Therapy di Bologna
Cos’è la musicoterapia e quale ruolo può avere nel percorso di cura di una persona, specialmente nei contesti più delicati come quello neonatale?
La musicoterapia è una disciplina che utilizza il suono, la musica e gli elementi che li compongono all’interno di una relazione terapeutica, con obiettivi specifici di cura e di benessere. Non significa semplicemente far ascoltare musica, ma costruire interventi personalizzati sulla base delle caratteristiche, dei bisogni e delle risposte della persona.
Ho avuto la possibilità di sperimentarne il valore in contesti molto diversi e delicati, come l’onco-ematologia pediatrica, l’autismo e la Terapia Intensiva Neonatale. In ciascuno di questi ambiti la musica può aprire un canale di comunicazione anche quando le parole non sono sufficienti o non sono ancora disponibili.
Può favorire l’espressione emotiva, la relazione, la regolazione, l’attenzione condivisa e la partecipazione attiva della persona al proprio percorso.
In Terapia Intensiva Neonatale questo richiede una preparazione molto specifica, perché ci si prende cura di bambini estremamente fragili, ancora immaturi dal punto di vista neurologico e fisiologico.
Il musicoterapeuta osserva attentamente i loro segnali e utilizza soprattutto la voce dei genitori, il canto dolce o l’humming – una vocalizzazione a bocca chiusa – adattandoli momento per momento alle condizioni del neonato.
La musica può così sostenere la regolazione fisiologica, ridurre lo stress e accompagnare alcune procedure assistenziali potenzialmente dolorose. Ma ha anche un’altra funzione fondamentale: aiutare i genitori a ritrovare il proprio ruolo accanto al bambino. In un ambiente dominato da incubatrici, monitor e procedure mediche, la voce della mamma o del papà può diventare un elemento familiare, una presenza riconoscibile e una forma concreta di vicinanza.

Nelle due foto sopra, Marina nell’ospedale Filippo Del Ponte di Varese, dove ha svolto il suo tirocinio sotto la supervisione della dott.ssa Barbara Sgobbi. Il Direttore è il dott. Massimo Agosti (presidente SIN – Società italiana di Neonatologia).
Nel tuo studio hai evidenziato l’importanza della voce dei genitori come strumento terapeutico per i prematuri. Cosa ti ha emozionato maggiormente nel vedere l’effetto della musica e della voce umana sui bambini e sulle loro famiglie?
Lo studio si concentra sull’utilizzo dell’humming genitoriale guidato durante procedure assistenziali potenzialmente dolorose nei neonati prematuri. La cosa che mi ha emozionato maggiormente è stata osservare come una voce apparentemente fragile potesse diventare una risorsa così importante proprio in un momento di stress e vulnerabilità.
Molti genitori, soprattutto all’inizio, hanno paura di avvicinarsi al proprio bambino, di toccarlo o persino di usare la voce, perché temono di disturbarlo o di fargli del male. Durante l’intervento li accompagno gradualmente, aiutandoli a respirare, a osservare i segnali del neonato e a modulare l’humming in base alle sue reazioni.
Vedere un genitore che inizialmente si sente impotente e che, poco alla volta, scopre di poter calmare, contenere e sostenere il proprio bambino è qualcosa di molto intenso.
Mi colpiscono i piccoli cambiamenti: un respiro che diventa più regolare, un’espressione che si distende, una manina che si rilassa, il bambino che sembra orientarsi verso quella voce. Ma mi emoziona altrettanto osservare lo sguardo dei genitori quando comprendono che non sono soltanto spettatori delle cure: anche loro possiedono qualcosa di unico che nessuna tecnologia può sostituire. La loro voce racconta al bambino: “Io sono qui con te”.
Da credente, questa esperienza mi suggerisce anche un’analogia molto profonda. Come il neonato può riconoscere la voce dei propri genitori in mezzo ai rumori e agli stimoli di un ambiente complesso, così anche noi possiamo imparare a riconoscere la voce di Dio nei momenti di paura, dolore e confusione. Una voce che non elimina necessariamente la difficoltà, ma ci fa sentire accompagnati e ci ricorda che non siamo soli.

Nell’immagine di apertura dell’articolo e qui, due fotografie scattate nell’Ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino, direttore dott. Sabino Moschella
In base alla tua esperienza, come dialogano quindi ricerca scientifica e dimensione spirituale?
Per me ricerca scientifica e dimensione spirituale convivono meravigliosamente. Non le percepisco come due realtà in contrasto: al contrario, più approfondisco lo studio dell’essere umano, più riconosco la perfezione e la sapienza di Dio nella complessità della sua creazione.
Osservare lo sviluppo di un neonato, la sua capacità di riconoscere la voce dei genitori già prima della nascita e il modo in cui il suo organismo reagisce agli stimoli sonori e relazionali mi fa percepire quanto la vita sia stata creata in maniera straordinaria.
La scienza ci permette di esplorare questi meccanismi, di comprenderli sempre meglio e di prendercene cura con maggiore competenza e responsabilità. Per me, dunque, ogni nuova scoperta non riduce lo spazio della fede, ma accresce la meraviglia davanti a un Dio perfetto, che ha creato ogni cosa con sapienza e armonia.
Nel mio lavoro mantengo sempre il rigore richiesto dalla ricerca: metodo, osservazione, raccolta dei dati e disponibilità a mettere in discussione le ipotesi iniziali. La fede non sostituisce la scienza, così come la scienza non sostituisce la fede. La prima mi aiuta a comprendere e a verificare; la seconda dà significato al modo in cui vivo ciò che osservo e al valore che riconosco in ogni persona.
La scienza mi insegna a essere rigorosa e responsabile; la spiritualità mi ricorda che dietro ogni dato ci sono un bambino, una madre, un padre e una storia che meritano ascolto e rispetto. Ai miei occhi, studiare con serietà ciò che Dio ha creato è anche un modo per contemplarlo, onorarlo e mettere le conoscenze acquisite al servizio degli altri.
Sei una donna credente, cristiana e avventista. Come la tua fede abbraccia il modo in cui ti prendi cura delle persone grazie alla musicoterapia? Quali valori ispirano il tuo lavoro quotidiano e ti sostengono nei momenti più complessi?
La mia fede influenza profondamente il modo in cui guardo le persone. Mi insegna a riconoscere in ogni essere umano un valore che non dipende dalla forza, dall’autonomia o dalle condizioni di salute. Questo assume un significato ancora più intenso quando mi trovo davanti a un neonato prematuro, a un bambino con autismo, a un piccolo paziente con una malattia oncologica o a una famiglia che sta vivendo un momento di grande incertezza.
Cerco di portare nel mio lavoro valori come l’ascolto, il rispetto, la delicatezza, la responsabilità e la speranza. Non significa imporre la mia fede o parlare necessariamente di essa, ma lasciare che si esprima nel modo in cui mi avvicino alle persone: con attenzione, senza giudizio e cercando di tutelare la loro dignità.
Durante la mia esperienza in onco-ematologia pediatrica ho incontrato madri capaci di conservare una fede grandissima nonostante la malattia dei propri figli. Sono stati incontri che mi hanno profondamente cambiata. Pensavo di entrare in quei reparti per offrire qualcosa attraverso la musica; invece, sono state spesso quelle mamme e quei piccoli a insegnare qualcosa a me. La loro forza, il loro modo di vivere la speranza e la loro capacità di affidarsi a Dio anche nelle circostanze più dolorose hanno trasformato il mio modo di vedere le relazioni, la cura e il mio stesso lavoro.
Nei momenti più complessi la preghiera e la fede mi aiutano a ritrovare equilibrio e a ricordare che non tutto dipende da me e che prendersi cura non significa sempre poter guarire: talvolta significa esserci, accompagnare e rendere meno solitario un momento difficile.
Perché hai scelto questo ambito di studi?
La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Dopo gli studi accademici in Canto jazz, e parallelamente alla mia attività di cantante, lavoro da molti anni nel mondo dello spettacolo. Ho vissuto la musica nella sua dimensione artistica, espressiva e performativa, ma ho sempre custodito nel cuore il desiderio di utilizzare i miei doni musicali non soltanto per esibirmi, ma per metterli concretamente al servizio delle persone.
La musicoterapia mi ha permesso di dare forma a questo desiderio e di unire due dimensioni per me fondamentali: la formazione musicale e l’attenzione verso l’essere umano.
Ho scelto di dedicarmi a questo ambito perché, nei contesti di cura, la musica torna alla sua forma più autentica ed essenziale: non è esibizione e non è intrattenimento. È ascolto, comunicazione, respiro, contatto, regolazione, riconoscimento e presenza.
Sto già riflettendo su come poter mettere queste competenze anche al servizio delle comunità avventiste che frequento, creando occasioni nelle quali musica, relazione, cura e fede possano incontrarsi in modo competente e rispettoso. È un progetto che porto nel cuore e per il quale chiedo anche le preghiere di tutti, affinché Dio possa indicarmi la strada e aprire le porte giuste.

Ancora Marina durante il suo intervento al congresso di Musicoterapia a Bologna
Guardando al tuo percorso professionale e personale, c’è una testimonianza, un incontro, in particolare che desideri raccontarci?
La testimonianza più grande che sento di poter condividere è il mio stesso percorso. Fin dall’inizio, e ancora oggi, ho potuto toccare con mano la guida di Dio nei diversi tasselli che, uno dopo l’altro, si sono aggiunti alla mia formazione e alla mia esperienza. Incontri, opportunità e circostanze che inizialmente sembravano separati hanno progressivamente costruito una strada molto chiara.
Il versetto che da sempre sento come guida per la mia vita è Apocalisse 3:8: “Ecco, io ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere”. Rileggendo oggi il mio cammino, riconosco molte porte che si sono aperte al momento giusto, spesso quando non avrei potuto prevederlo e, in alcuni casi, quando non pensavo neppure di essere pronta ad attraversarle.
Tra gli incontri che porto maggiormente nel cuore ci sono certamente quelli con le famiglie. Penso ai genitori e alle loro voci, a quanto mi hanno aiutato a comprendere chiaramente che il mio compito non era sostituirmi a loro, ma aiutarli a riconoscere e utilizzare una risorsa incredibilmente potente che già possedevano.
La relazione terapeutica non procede mai in una sola direzione. Entriamo nella vita delle persone pensando di poter offrire loro le nostre competenze, ma spesso sono proprio loro, con le loro storie, a trasformare noi.
Portare il mio lavoro al 18° World Congress of Music Therapy di Bologna è stato uno dei tasselli più recenti di questo percorso. Presentare la ricerca davanti a professionisti provenienti da tutto il mondo mi ha resa profondamente grata, ma mi ha ricordato anche la grande responsabilità che accompagna questo lavoro.
Ogni risultato nasce dalla fiducia delle famiglie, dalla collaborazione con l’équipe sanitaria e, per quanto mi riguarda, anche dalla certezza che Dio possa servirsi dei nostri doni quando scegliamo di metterli al servizio degli altri.
Veronica Addazio, caporedattrice web del Messaggero Avventista.







