Illustrati da due parabole gemelle
La speranza è un tema centrale nel Vangelo di Matteo. Sin dal primo capitolo, nella descrizione del messia, si afferma che la salvezza non viene solo dal Gesù divino che nasce dallo Spirito (vv. 18-25), ma anche dal Gesù umano che nasce come figlio di Davide e di Abraamo (vv. 1-17). Infatti, l’umanità di Cristo include persone che non appartengono al popolo d’Israele e sono donne (Tamar, Raab, Rut, Bat-Sceba). Matteo prova a dire che la speranza non si trova sempre all’interno di spazi spirituali e religiosi conosciuti e ortodossi.
Per Matteo la speranza non è solo nel futuro
Talvolta è già forte nel presente, per il presente. Anche le sue origini non sono sempre in Dio, ma essa può nascere nell’umanità che diventa fonte di speranza per Dio stesso. Lo vediamo nelle parabole gemelle del “tesoro nascosto” e della “perla di gran prezzo”.
In Matteo 13 abbiamo due parabole simili e parallele, gemelle ma “eterozigote”. La prima, quella del “tesoro nascosto”, ci ricorda la nostra povertà e insufficienza in quanto esseri umani, situazione che può essere riscattata e arricchita solo dal tesoro rappresentato da Dio, dal suo regno, dalla sua parola. Per avere quel tesoro dobbiamo essere pronti a disfarci di tutto quel che possediamo perché soltanto così potremo entrarne in possesso.
La seconda parabola, quella della “perla di gran prezzo”, sembra ripetere lo stesso messaggio. In realtà ne riprende il motivo ma ne capovolge il significato. Se nella prima parabola è detto che il “regno dei cieli è il tesoro”, nella seconda è detto che il “regno dei cieli è come un mercante”. Quindi nella prima parabola, che potremmo chiamare “teocentrica”, il tesoro è Dio e il suo regno. Nella seconda, invece, che potremmo definire “antropocentrica”, l’oggetto di valore è l’essere umano, non Dio, il quale, in quanto mercante, ha in realtà le mani vuote proprio perché non possiede la perla preziosa, l’oggetto ambito per eccellenza.
Ciò che è sorprendente, è che lo sforzo richiesto a chi acquista la cosa preziosa è richiesto, nella seconda parabola, a Dio stesso di fronte all’essere umano, già prezioso in sé, indipendentemente dell’intervento salvifico di Dio. L’essere umano è perla così com’è. Il suo valore non gli viene da un intervento straordinario di Dio, che la parabola della perla sembra omettere. Il compito di Dio è di ammirare e apprezzare la perla così com’è. Anzi, la parabola sembra affermare due idee insolite rispetto alla speranza.
La speranza non tocca Dio esternamente
Lo tocca essenzialmente, nel proprio intimo, in ciò che è. Egli è un Dio di speranza non solo perché la offre agli umani, ma anche perché la riceve. Dio ha bisogno di sperare. La speranza non è legata solo al peccatore che pecca e spera di essere salvato.
L’uomo non solo è il prototipo del disperato che ha bisogno di aiuto
L’essere umano, in quanto “perla” è già la concretizzazione della speranza per sé e addirittura per Dio. Dio ha bisogno dell’uomo che, in quanto “perla di gran prezzo”, lo salva dalla noia, dal narcisismo e dall’indifferenza. È l’uomo che risveglia in Dio il desiderio, la speranza e la gioia. La grandezza di Dio si trova proprio in questo, che pur essendo il re dell’universo, fa dell’umano la fonte della sua gioia e della sua speranza.
In realtà, dunque, è possibile seminare la speranza negli altri non quando filantropicamente crediamo di possederla ma quando, al contrario, sentiamo di non averla e permettiamo che la presenza degli altri la risvegli anche in noi. La speranza non è una virtù ma una relazione che nasce nella vulnerabilità e nell’incompletezza. Dio ha bisogno di noi quanto noi abbiamo bisogno di Dio. La speranza è la reciprocità di persone che si desiderano, si ricercano e hanno imparato a vivere nella gioia della relazione.
Hanz Gutierrez
[Fonte: Il Messaggero Avventista, marzo 2026]







