Gesù ed Emmanuele
23 Aprile 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Gesù ed Emmanuele
23 Aprile 2026

Un messia che purifica e accompagna nella crescita.

Matteo scrive il suo vangelo per convincere i correligionari ebrei che l’unico modo per crescere nella fede è legato all’accettazione di Gesù come il Messia (in greco Cristo) che attendevano.

Matteo attribuisce al Cristo due nomi: Gesù ed Emmanuele. Gesù significa che “salva il suo popolo dai suoi peccati”. Non c’è “Gesù”, e non confessiamo veramente il suo nome, se non ci lasciamo salvare da lui. Se non accettiamo di essere oggetto del suo riscatto.

Con la sua grazia egli ci libera dall’incantesimo e dal miraggio dell’immobilismo, da quella sensazione rassicurante, ma infausta, incarnata nell’abitudine che ci spinge a credere che stiamo bene quando invece stiamo male.

Ci salva dall’assuefazione e dal vittimismo che il peccato crea in noi. Dalla disperazione diventata virtù e dalla sofferenza tramutata in cinismo. Lì dove è “Gesù” il male, ciò che disturba e distrugge, non può sopravvivere. “Gesù” si diletta nel ricomporre, nel rimettere a posto e nel faro non si stanca mai. È fonte inesauribile di salute e di salvezza.

Questo impegno assoluto per la purezza, che sradica ogni traccia di peccato ha tuttavia partorito, nella storia, un purismo intransigente e colpevolizzante, che ha deformato la fede e l’ha resa ansiogena, più concentrata sul peccato che su Gesù, sulle proprie imperfezioni piuttosto che sulla vita.

Il paradosso è che se il Cristo fosse solo Gesù noi saremmo puri, senza peccato, ma probabilmente, ancora angosciati, logorati e frustrati all’infinito. Essere puri non è ancora sinonimo di felicità. Essere e dover essere di fronte a un Gesù che non indulge in nessun peccato, facilmente diventa un’esperienza insopportabile e traumatica. La paura di sbagliare ci paralizzerebbe. Da promessa di salvezza, Gesù potrebbe diventare facilmente un incubo.

In Cristo, però, troviamo anche l’Emmanuele, il Cristo “al di là del bene e del male”. Emmanuele significa accompagnamento incondizionato, “essere al fianco di”, “camminare insieme a”, a prescindere dagli errori che commettiamo e incarniamo. Il nome Emmanuele introduce un cambio di registro sostanziale nella comprensione dell’interazione del Cristo con l’essere umano.

Emmanuele non ha uno sguardo purista. Non guarda i nostri peccati passati, presenti o latenti. Non che non contino: i peccati hanno un valore determinante ed esprimono una piega anomala del nostro essere e il terribile scenario di una distruzione possibile. Emmanuele, tuttavia, non ci chiede di essere senza peccati per poter camminare con noi, perché la vita, ogni vita, è più grande dei peccati che la intrappolano.

Emmanuele ci ricorda che la vita è al di là “del bene e del male”, al di là del “peccato o della santità”. Una vita è bella semplicemente per il fatto di essere. In quanto tale, ogni vita è degna di essere vissuta. Una vita che è, è. Non c’è nulla da aggiungere per renderla migliore. E se è, è già degna di essere accompagnata, al di là di ciò che quella vita farà o non farà, riuscirà o fallirà, raggiungerà o sprecherà. In questo senso la virtù può distruggere una vita quanto il peccato. Emmanuele si compiace nell’accompagnare ognuno di noi.

Crescere in Cristo, per Matteo, significa dunque, crescere conoscendo Gesù e da lui imparare a guardare le nostre imperfezioni di fronte al suo carattere perfetto, però significa anche osare conoscere Emmanuele e il suo sguardo, che ha scelto di accompagnarci nel cammino della vita.

Hanz Gutierrez

[Fonte: Il Messaggero Avventista, aprile 2026]
[Immagini: congerdesign, Pixabay.com e Chanintorn Vanichsawangphan, Dreamstime.com]

 

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