Saper vedere oltre le maschere e la ribellione.
Con questa riflessione sulla parabola del figlio prodigo, in Luca 15:11-31 vorremmo affrontare alcuni aspetti relativi alla famiglia e al rapporto genitori-figli, tenendo conto del tema dell’accoglienza.
Notiamo subito che è una famiglia monogenitoriale in cui manca la madre. Una assenza così importante, generalmente, produce sentimenti di abbandono, di perdita o di lutto, spesso accompagnati da rabbia nei confronti di se stessi o degli altri membri della famiglia. Come reagiscono i singoli personaggi della parabola?
Il padre
È passivo e accondiscendente con il figlio minore, troppo buono per i nostri criteri. Sembra voler compensare la mancanza della mamma dandogli tutto ciò che chiede. D’altronde, è inutile e dannoso essere severi con figli che hanno un vuoto affettivo. Occorre compensare con atteggiamenti tipicamente materni: ascolto, generosità, pazienza. È per questo che il padre non esercita né forza né autorità, neppure quando il figlio decide di andarsene con tutti i suoi beni. Il padre lo lascia andare, rispetta la sua scelta, anche se non la condivide.
La bontà materna del padre sembra un punto debole, quasi una mancanza di carattere. Tuttavia, ai vv. 17-18 scopriamo che quando il figlio è lontano e soffre, la bontà e la generosità del padre lo convincono a tornare da lui.
È un elemento molto importante nel rapporto genitori-figli: i nostri figli faranno le loro scelte, alcune sbagliate. La differenza sta nella possibilità di tornar; se il ricordo e l’immagine che hanno del genitore sono severi e autoritari, non avranno mai il coraggio di tornare e chiedere aiuto. Con un genitore disponibile, paziente e generoso, è più facile che lo facciano.
Il padre vede il figlio da lontano e corre, gli si getta al collo e lo bacia con l’entusiasmo e la gioia di un bambino. Questo padre ci insegna la gioia di accogliere un figlio. Sentirsi sempre accettati con gioia in casa è un ricordo potente che può cambiare la giornata e, a volte, la vita dei nostri figli. Il padre prova gioia, speranza e compassione, cioè si mette a piangere, solo vedendo suo figlio in lontananza.
I figli spesso si sentono visti dagli adulti per come appaiono, si vestono o si comportano. Non si sentono considerati per come sono dentro, per quello che stanno soffrendo, per le paure, o anche per la forza e i valori che esprimono. Il padre della parabola, invece, vede suo figlio nel profondo: capisce quello che gli è successo, cosa sta provando e ne ha compassione. Riesce a percepire i sentimenti di vergogna e umiliazione che albergano nell’animo del figlio. Il risentimento e la rabbia per ciò che aveva fatto svaniscono. Ci sono solo le lacrime di gioia e di consolazione nel vederlo ancora vivo e sulla strada del ritorno.

Il figlio minore
È un tipo estroverso. Dei tre è quello che parla di più: chiede l’eredità (v. 12), esprime il desiderio di tornare a casa come servo (vv.17-19), e al v. 21 rivolge al padre la prima parte del discorso. È sincero, dice quello che vuole anche se è sbagliato e doloroso. La sincerità fa parte della verità, e la verità è una virtù coraggiosa e positiva, indice di maturità. A nessuno piace sentirsi dire dai figli cose troppo sincere e crude, ma finché parlano e ci dicono che non sono d’accordo con ciò che crediamo o facciamo, è un ottimo segno. Significa che c’è dialogo, che non si sentono minacciati ma liberi di esprimere il proprio pensiero, le loro richieste e opinioni; di diventare ciò che Dio li chiama a essere: persone diverse dai genitori ma comunque amate e salvate.
Nel racconto, le prime parole del figlio minore sono un atto di autodeterminazione: decide di smettere di essere un figlio gestito dal padre e, forse, anche dal fratello maggiore, per diventare un adulto responsabile. Chiede al padre di fare testamento e di provvedere fin da subito a dividere i beni tra i figli. Il padre accondiscende, forse perché ritiene positivo che il figlio minore abbia deciso di assumersi le sue responsabilità, di concludere l’adolescenza per entrare nell’età adulta.
Ma ecco che arriva la parte meno bella. Quando i figli diventano adulti o, comunque, si assumono le loro responsabilità, non è detto che seguano la strada che i genitori hanno immaginato per loro. Infatti, al v. 13, il figlio prende ogni cosa e va lontano da casa, in un paese dal quale non era possibile ricevere notizie.
Il gesto di autodeterminazione iniziale, che lo ha reso adulto, diventa un atto di fuga, di ribellione e rinnegamento. Inizia a fare il contrario di quello che era la vita a casa di suo padre: lì era in famiglia, con padre, fratelli e anche numerosi servitori; qui sceglie la solitudine. Lì lavorava, per accrescere i beni di famiglia; qui sceglie la vita dissoluta, fatta solo di svago e nessun lavoro. Una vita che, nel giro di poco, gli fa perdere tutto. Da questa esperienza impara tre lezioni.
La prima è che è bello essere autonomi e scegliere liberamente, ma ogni decisione ha delle conseguenze. La seconda è che nella vita non si può controllare né prevedere tutto. La terza è che nel mondo non ci sono più i genitori, pronti a corrergli in aiuto quando si cacciava in qualche guaio.
Adesso che è povero, nessuno gli offre da mangiare, nessuno gli offre un lavoro e, con molta fatica, ne trova uno umiliante e sottopagato: non può nemmeno permettersi i baccelli che davano da mangiare ai maiali.
Lezioni che aiutano il giovane a ritrovare se stesso, a modificare il modo di percepire la casa del padre: prima gli sembrava una prigione, adesso la vede come un luogo di abbondanza, di cibo e di affetto. Allora prende altre decisioni, questa volta molto mature: “Mi alzerò e andrò”.
Alzarsi è il verbo della risurrezione, andare quello della riconciliazione. Il giovane sa di essere caduto in basso, ma è pronto a rialzarsi. Sa di essere morto, ma sa anche che Dio può risuscitarlo. Sì, Dio! Il figlio prodigo ricorda gli insegnamenti di suo padre; ricorda che c’è Dio; ricorda che accoglie il peccatore pentito. E questo ricordo guiderà la sua strategia di rientro. È consapevole di aver peccato contro il padre e contro il cielo.
Infine, compie un altro gesto di grande maturità: è pronto ad accettare le conseguenze delle sue scelte. Sa che, dopo essere andato via di casa e aver sprecato l’eredità, le cose non torneranno come prima. Non desidera altro che essere un servo in casa di suo padre. Lì, però, trova le braccia aperte di suo padre, pronto ad accoglierlo, per non lasciarlo mai più.

Il figlio maggiore
È introverso, parla solo per ottenere le informazioni del caso (v. 25), non per condividere qualcosa di sé. Non ha preso parte a ciò che accadeva tra suo padre e suo fratello. Era in casa, ma come un estraneo. Tutti fanno festa, compresi i servi. Tutti sanno tutto. Lui, invece, è tagliato fuori, è invisibile. Nessuno si è mai accorto che sta male. Il padre lo capisce solo quando rifiuta di entrare in casa, e teme di perderlo.
Il figlio maggiore è anche burbero: alla notizia dell’arrivo del fratello reagisce con ira e rifiuta di entrare. Allora suo padre esce e lo supplica di entrare, ancora una volta con atteggiamento materno e affettuoso.
A questo punto, il figlio maggiore esplode: anni e anni di malessere vengono fuori all’improvviso. Getta via la maschera del bravo ragazzo, lavoratore, rimasto a casa ad aiutare il padre. Si spoglia delle apparenze e rivela tutta la lontananza dal padre. Per lui, è uno sfruttatore: ha ubbidito in tutto e per tutto a ogni suo ordine, lo ha servito per anni e non ha mai ricevuto nemmeno un capretto per far festa con i suoi amici. Più che figlio si sente uno schiavo.
Anche il fratello maggiore è in fase di ribellione, ma per eccesso di ubbidienza. È una persona profondamente triste, depressa e sull’orlo di una crisi di nervi. Non è felice perché ha scelto di non essere se stesso, ma di portare una maschera che assomiglia a ciò che i genitori e gli altri vogliono da lui.
Il padre prova a fargli cambiare idea. Gli dice: “Tu sei sempre con me”. La frase ha una duplice valenza: è un rimprovero e un ringraziamento. È un rimprovero perché l’andare via di casa non è stata una passeggiata per il fratello minore. Rimanendo a casa, il figlio maggiore ha sempre avuto accanto suo padre. Un ringraziamento perché il padre ammette di avere dato per scontato troppe cose di suo figlio, e di non averlo mai ringraziato per essere sempre rimasto con lui. Quindi lo ringrazia ora.
Poi gli dice un’altra verità, anch’essa con una doppia valenza: è un rimprovero e un risarcimento. Un rimprovero, perché il padre respinge l’accusa di non avergli mai dato niente. In realtà, questo figlio è molto riservato e solitario. Non ama avere troppa gente attorno e probabilmente è anche avaro. Se non ha mai preso un capretto per fare festa con gli amici, è stata più una scelta sua che di suo padre.
È, però, anche una forma di risarcimento: “Tutto ciò che è mio è tuo”. Il padre lo aiuta a vedere come stanno davvero le cose: non è vero che lui non ha niente; lui ha tutto, e proprio per questo non può reagire adesso come un ingrato, ma deve mostrarsi accogliente e generoso verso suo fratello, che è tornato senza niente.
Infine, il padre conclude con la cosa più importante: “Tuo fratello è tornato“.
Non sappiamo come finisce la storia: rimane in sospeso. Ma anche questa sospensione è importante perché ha almeno due significati: il primo è che è più facile aiutare il figlio scapestrato che il figlio che indossa una maschera di santità. Il secondo è che, nelle famiglie, i problemi ci saranno sempre: quando ne risolviamo uno, ne emerge un altro.
Abbiamo fiducia, in Dio e nei nostri figli, sapendo che, qualunque esperienza di crisi o ribellione o allontanamento vivranno, Dio saprà ritrovarli e riportarli a casa.
Saverio Scuccimarri
[Fonte: Il Messaggero Avventista, maggio 2026]
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