Comunicare il messaggio evangelico nell’era dell’intelligenza artificiale
4 Giugno 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Comunicare il messaggio evangelico nell’era dell’intelligenza artificiale
4 Giugno 2026

La tecnologia oggi a nostra disposizione apre scenari inediti e stimolanti, ponendo nuove sfide anche ai professionisti della comunicazione. Per esplorare il tema dall’interno, abbiamo intervistato Daniele Amodeo, direttore di produzione di HopeMedia Italia, il centro media della chiesa avventista a livello nazionale.

Quali sono i principali vantaggi che l’intelligenza artificiale (IA) offre nella diffusione del vangelo, ad esempio in termini di velocità, creatività o personalizzazione dei contenuti?
Credo sia importante fare una premessa: l’intelligenza artificiale non ha cambiato ciò che facciamo, piuttosto ha trasformato radicalmente il modo in cui possiamo farlo e a chi riusciamo ad arrivare. Nel lavoro quotidiano di HopeMedia Italia, per esempio, l’IA sta permettendo sviluppi impensabili senza di essa, e lo vediamo in modo molto concreto.

Il primo vantaggio è la portata dei contenuti da offrire. Grazie all’IA riusciamo a doppiare contenuti video in italiano partendo da produzioni in altre lingue, abbattendo una barriera che prima richiedeva risorse significative. Un messaggio che prima restava confinato a una comunità linguistica oggi può raggiungere un pubblico molto più ampio, con tempi e costi impensabili fino a pochi anni fa.

Il secondo è la personalizzazione. L’IA ci aiuta a declinare lo stesso messaggio per contesti diversi — un post per i social, un articolo per il web, uno script per un video — mantenendo coerenza di contenuto ma adattando forma e linguaggio.

Il terzo, forse il più sottovalutato, potremmo definirlo democratizzazione creativa. Chi lavora in realtà editoriali come la nostra, con risorse limitate, può oggi produrre contenuti grafici, visuali e multimediali di qualità che prima richiedevano team specializzati. L’IA amplia quello che un piccolo team di produzione può fare, moltiplicando le possibilità senza moltiplicare i costi.

Quali sono a tuo avviso i rischi o i limiti più evidenti e più subdoli nell’uso dell’IA nella comunicazione multimediale?
Distinguerei tra rischi più e meno evidenti, perché sono di natura molto diversa. I rischi evidenti sono quelli presenti nei contenuti di cui fruiamo ogni giorno, spesso senza esserne consapevoli, e di cui si parla di più anche nel dibattito pubblico: la disinformazione, i deepfake, i contenuti generati in modo massivo e privi di qualità. Probabilmente abbiamo appena visto, in uno dei tanti social media, il video di un neonato che parla come se avesse sei anni e per un attimo ci siamo chiesti come fosse possibile. Ecco, questa tipologia di contenuti è più facile da scovare e da contrastare: basta buon senso e policy editoriali chiare.

Prima di entrare nei rischi meno evidenti, vale la pena richiamare, a costo di semplificare troppo un tema che non è affatto banale, una distinzione che Umberto Eco fece già negli anni Sessanta. A quei tempi le preoccupazioni riguardavano la televisione quale giovane mass media. Nel suo saggio Apocalittici e integrati, Eco posiziona da un lato chi vede nei nuovi media solo degenerazione culturale, dall’altro chi li abbraccia come progresso automatico e incontrovertibile. Con l’IA siamo di fronte alla stessa tentazione. Né un rifiuto pieno di pregiudizi, né un entusiasmo senza riserve ci aiutano: serve una terza via, quella della consapevolezza e del pensiero critico.

Tra i rischi che preoccupano di più, il primo è quello dell’omologazione. L’IA tende a produrre contenuti “medi”, statisticamente plausibili, stilisticamente inoffensivi e piatti. Se la usiamo senza una direzione editoriale forte, rischiamo di livellarci verso il basso, perdendo quella voce riconoscibile che dovrebbe caratterizzare soprattutto la comunicazione cristiana.

Il secondo rischio è la tentazione della delega. L’IA suggerisce, ottimizza al posto nostro e propone continuamente alternative a ciò che le chiediamo; a forza di accettarne i suggerimenti si rischia di smettere di chiedersi il perché delle cose o di certe scelte. Nella comunicazione religiosa questo è particolarmente pericoloso: le scelte di tono, di enfasi, di ciò che si dice e del messaggio che si vuole veicolare hanno una dimensione spirituale che nessun algoritmo può valutare.

Il terzo è la velocità. L’IA accelera tutto: processi, pensieri, elaborazioni. Questo rischia di trascinarci in un meccanismo di abbandono della verifica: controllare ogni contenuto generato è invece una pratica fondamentale e irrinunciabile per non assumere un ruolo sempre più passivo.

Come possiamo adottare l’IA senza compromettere l’identità e i valori del messaggio cristiano, mantenendo la centralità biblica, la sensibilità e la veridicità spirituale che contraddistinguono le Scritture?
Nel nostro ambito, le domande che dobbiamo sempre avere in mente sono: “Chi è il soggetto della comunicazione? A chi vogliamo parlare con questo contenuto? Cosa vogliamo comunicare?”. Se le risposte vengono da noi, da esseri umani in carne e ossa, attraverso un confronto, un’analisi e poi la rielaborazione del contenuto — allora possiamo essere certi che l’IA resta uno strumento utile per valorizzare e ampliare la portata dei valori e dei messaggi che vogliamo condividere con un pubblico in cerca di risposte, anche in cerca di Dio.

Se invece deleghiamo all’IA anche le scelte di contenuto, di interpretazione biblica, di pensiero teologico, allora abbiamo un problema che non è tecnologico ma etico.

Nella pratica, questo si può tradurre in alcune regole semplici, adottabili sia nel lavoro professionale sia in ambito ecclesiastico — per esempio da chi coordina la comunicazione della propria chiesa: l’IA è utile per sviluppare proposte, bozze, suggerimenti e varianti, ma ogni contenuto pubblicato deve passare attraverso una lettura umana che ne valuti lo stile, la coerenza teologica e il tono.

Il punto non è se usare o non usare l’IA. La società, il mondo del lavoro, ogni ambito produttivo stanno andando in questa direzione e non possiamo pensare di restarne fuori aggirando semplicemente l’ostacolo. Già oggi utilizziamo applicazioni nel nostro smartphone o nel nostro PC che impiegano l’intelligenza artificiale nei propri processi, spesso senza esserne consapevoli. Piuttosto, questo è il tempo di studiare, imparare e usare lo strumento in modo consapevole ed etico. Per approfondire l’argomento, rimandiamo al podcast dalla diretta trasmessa su Radio RVS, qui: Radio GLAM – Umani e macchine. Opportunità e responsabilità dell’intelligenza artificiale.

Guardando ai prossimi passi, quale pensi sarà il ruolo dell’intelligenza artificiale nel comparto media della chiesa avventista, e quali competenze dovranno sviluppare i professionisti della comunicazione cristiana per stare al passo?
Penso che nei prossimi anni l’IA cambierà profondamente il modo in cui la chiesa produrrà e distribuirà contenuti e in parte sta già succedendo. Non si tratterà di eliminare le persone, ma di ridefinire i ruoli. Chi oggi si occupa di produzione audiovisiva, comunicazione, graphic design, traduzione, vedrà cambiare radicalmente gli strumenti e le dinamiche del proprio lavoro. Si tratta di una transizione, come lo fu l’arrivo della stampa per la chiesa, inizialmente rifiutata. Sta a noi decidere che posizione assumere: se spettatori o attori, sfruttando al meglio tutti gli strumenti a disposizione per la diffusione del Vangelo.

Scriveva Ellen G. White (co-fondatrice della chiesa avventista, ndr), seppure in un contesto profondamente diverso da oggi e riferendosi alla stampa quale principale strumento per la diffusione dei contenuti di quel tempo, qualcosa che, se attualizzato, rievoca lo stesso significato e restituisce la stessa missione per tutti noi: “Dio ha messo a disposizione del suo popolo i vantaggi della stampa che, combinati con altri strumenti, avranno successo nell’estendere la conoscenza della verità. Opuscoli, periodici e libri, secondo le necessità, dovrebbero essere diffusi in tutte le città e i villaggi del paese. Qui c’è opera missionaria per tutti”[1].

Note
[1] Ellen Gould White, “Life Sketches of Ellen G. White” (Mountain View, CA: Pacific Press Publishing Association, 1915), p. 217.1.

Veronica Addazio
[Immagini: Alexandra_Koch e WebTechExperts, Pixabay.com]

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