C‘è un dato statistico che fa riflettere. Viviamo sommersi da parole, video che si cancellano in 24 ore, notifiche e pareri su tutto, eppure c’è una fame nera di una cosa sola: la fiducia.
L’Ipsos Global Trustworthiness Index fotografa quali sono le figure più affidabili nel 2026. Se scorriamo la classifica di chi gode ancora di credito in Italia, troviamo in cima gli scienziati, i medici, gli insegnanti. Gente che, bene o male, si sporca le mani con i problemi concreti: la salute, la scuola, la ricerca. Lo studio è consultabile qui.
Scendendo in fondo alla lista, lo scenario cambia radicalmente. La politica arranca, gli influencer si fermano a percentuali bassissime e, nota dolente, anche il mondo religioso e il clero si posizionano ben al di sotto delle aspettative. La verità è che il blasone, la carica o il titolo non bastano più a nessuno. La gente è stanca dei ruoli istituzionali calati dall’alto e delle belle parole che non lasciano il segno. Si cerca vicinanza, competenza e, soprattutto, coerenza.
E noi, dove ci posizioniamo?
Questo scatto della società dovrebbe farci sobbalzare un attimo sulle sedie, noi che crediamo in una missione e in un vangelo da annunciare. Per anni, come chiese, abbiamo goduto di una sorta di rispetto “ereditario”. Il pastore, il predicatore o la stessa etichetta di “chiesa” godevano di un credito quasi automatico nel quartiere o nella società.
Oggi quel credito è esaurito quasi del tutto. Se ci presentiamo al mondo sfoggiando solo la nostra tradizione, un podio o una serie di formule dottrinali imparate a memoria, facciamo la fine delle categorie che la gente non ascolta più. Rischiamo di sembrare distanti, autoreferenziali, persino un po’ anacronistici.
Il metodo di Gesù: la rivoluzione della prossimità
Se riapriamo i vangeli, vediamo che Gesù non ha mai usato la scorciatoia del potere o del titolo per farsi ascoltare. Anzi. La sua autorevolezza nasceva da una cosa molto semplice: la vita vissuta accanto alla gente.
Gesù passava il tempo a curare, a insegnare con il cuore e a chinarsi sulla polvere della strada. Non saliva mai in cattedra per giudicare, ma entrava nelle case, ascoltava i drammi personali, piangeva con chi piangeva.
Se vogliamo che la nostra testimonianza torni a essere pungente, affascinante e credibile ora, dobbiamo forse provare a fare la stessa cosa. Meno proclami, più vicinanza, coerenza vera senza filtri, ascoltare prima di parlare…
La vera “influenza”
La sfida per il Messaggero Avventista e per le nostre comunità non è inventarsi strategie di marketing più furbe. È molto più semplice e molto più faticosa: tornare a essere persone di cui ci si può fidare. Quando una comunità locale diventa un punto di riferimento umano, un porto sicuro dove trovare calore, pane, ascolto e speranza fondata sulla Parola, è lì che la sfiducia generale può incrinarsi. Non si sa più a chi credere, ma un abbraccio sincero e coerente torna a essere la notizia più bella del mondo.
Consigli di lettura
“L’Officina” (Edizioni ADV) sviluppa in forma narrativa i temi presentati sopra. Attraverso una storia corale, il romanzo racconta donne e uomini segnati dalle proprie ferite che scoprono il valore dell’accoglienza, della seconda possibilità e di una comunità capace di farsi carico del dolore altrui. Una riflessione sul perdono, sulla fede vissuta come presenza concreta e sul bisogno umano di non affrontare da soli le difficoltà della vita. Perché, a volte, la rinascita comincia semplicemente quando qualcuno sceglie di non lasciarci indietro. Per informazioni, leggi qui.
Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.
[Immagine: cyndidyoder83, Pixabay.com]







