Anche Dio ha svuotato se stesso per ospitare la nostra alterità. L’ha descritto in modo magistrale Matteo nella parabola della “Perla di gran prezzo”.
Accogliere l’altro è uno dei primi doveri del cristiano. Potremmo dire che con la venuta di Gesù, rispetto alla comunità dell’Antico Testamento, colui che accogliamo non è più qualcuno che ci assomiglia ma colui che viene da un sistema diverso dal nostro e incarna un’alterità maggiore e di qualità diversa. In questo il cristianesimo descritto da Matteo articola un vero interculturalismo religioso, nel quale gli elementi comuni garantiti dalla fede in Cristo sono declinati in categorie culturali diverse, non sempre sovrapposte e pienamente convergenti. Quando Matteo parla dell’amore, esprime una concezione più radicale e, per certi versi, nuova, che implica due trasformazioni nel concetto di amore.
La prima riguarda chi ama, che è incompleto di fronte a un soggetto che gli è sconosciuto e lo sorprende. In altre parole, l’amore è l’atteggiamento di stupore di fronte a un valore che è esterno al nostro sistema. Noi credenti non siamo la sintesi di tutto ciò che c’è, ma l’espressione legittima di una parte di quel tutto. La fede di e in Cristo nasce nella vulnerabilità e nell’incompletezza. Gesù non è colui che prova a riversare il tutto in coloro che è venuto a salvare. È piuttosto colui che si svuota e valorizza l’umano che gli è di fronte. L’amore qui non è pienezza ma incompletezza, non totalità ma mancanza, non sintesi ma dialogo e tensione nell’accoglienza e nell’ascolto dell’altro.
Per incontrare l’altro dobbiamo disfarci di tutte quelle mediazioni che, più che facilitare, deformano la percezione che ne abbiamo e ce lo riconsegnano in formati che di fatto neutralizzano l’altro e la sua alterità. L’altro è tale solo quando ci sorprende e trasgredisce gli schemi che abbiamo adottato per capirlo. In questo senso l’amore di cui parla Matteo è un amore chenotico, che svuota se stesso per limitare la nostra irruenza, prepotenza e voglia di inquadrare l’altro nei nostri schemi paternalistici.

La seconda trasformazione riguarda chi è amato: non è colui che non ha nulla o solo imperfezioni e quindi non è in grado di dare nulla. Le deformazioni, le mancanze o i peccati non annullano chi è amato, non ne deformano il valore intrinseco. Ogni amato è più grande dei propri sbagli e pochezze. Questo valore nascosto e contradetto dalle proprie miserie non può emergere se chi ama è pieno di strumenti e strategie caritatevoli. Chi ama, deve svuotarsi delle proprie virtù, per dare spazio al valore nascosto dietro le miserie di chi è peccatore. Il peccato non annienta il valore intrinseco ma lo deforma, lo confonde e disorienta.
Perciò, l’amore di chi ama, in questo caso del Cristo, stabilizza e rende visibile quel valore nascosto. Amare è un’esperienza di riconoscimento del valore intrinseco dell’altro, non la sua creazione. L’amore vero riconosce che l’altro è lì, senza di noi e prima di noi.
Un amore descritto in modo magistrale solo da Matteo nella parabola della “Perla di gran prezzo” (Matteo 13:45,46). L’evangelista ci ricorda che Dio, nel suo amore, rinuncia all’eroismo di un amore paternalistico che vuole solo salvare l’altro e assume le vesti di un amore inquieto e curioso, appunto incompleto, affascinato dal valore nascosto dell’altro incarnato nella metafora della “perla”. L’amore incompleto, non saturo, di Dio lo rende curioso di quello che non ha e che è posseduto solo dall’altro. Questo lo spinge al corteggiamento per avvicinarsi il più possibile a quella perla, disfacendosi addirittura di tutto ciò che ha, nella gioia più assoluta.
L’amore di Cristo, per Matteo dunque, non risiede nel dare ma nel ricevere quel dono nascosto dell’altro, nello spazio che abbiamo saputo svuotare da idolatrici tentativi di aiutare e di salvare il mondo.
Hanz Gutierrez
[Fonte: Il Messaggero Avventista, maggio 2026]
[Immagini: Fizkes e Shutter2u, Dreamstime.com]







