Quando la Geografia diventa Storia e poi Matematica, che fine fanno le persone che oltrepassano i loro “confini”?
A scuola andavo molto bene in geografia, imparavo a memoria i nomi delle capitali di ogni Paese e passavo ore a guardare il planisfero mentre fantasticavo su viaggi, popoli e avventure.
Quando insieme alle cartine fisiche ci davano da studiare anche quelle politiche cominciavano le mie domande perché a dividere i territori non erano più fiumi, montagne, oceani o deserti ma erano linee.
Ricordo che chiedevo perché in alcuni continenti sembravano tirate su con il righello mentre in altri includevano o escludevano porzioni di territorio come a voler seguire una logica. Erano quelle linee a condizionare tutto. Ed era vero: c’era una logica. C’era sempre una volontà che aveva vinto sulle altre, con sangue, soldi, materie prime, merci, dichiarazioni di guerra o accordi di pace tra potenti attorno a un tavolo pieno di quelle cartine. Erano i momenti in cui la Geografia diventava Storia e non a caso, di solito, la insegnavano insieme.
Tra quelle linee hanno sempre vissuto miliardi di persone, che si sono spostate di continuo. Ci sono quelle che le linee le vorrebbero cancellare, ridisegnare o tratteggiare, e poi ci sono quelle che le vorrebbero rimarcare con una sorta di pennarello nero indelebile fino a farlo diventare altorilievo crescente.
E poi le categorie: “il primo mondo”, “il secondo mondo”, “il terzo mondo”, gli “extra” qualcosa, le seconde generazioni del primo mondo, le prime generazioni del secondo mondo, la forza lavoro del terzo mondo. Mamma mia che confusione: alcuni spingono da una parte all’altra, altri accolgono o si rifiutano di farlo, poi c’è chi chiude, chi apre, chi dall’alto della propria influenza apre e chiude rubinetti da dove escono flussi di persone che spostandosi si fanno sempre più piccole fino a diventare invisibili.

Risorse e bisogni
Migrare vuol dire spostarsi, trasferirsi oltre una o più linee per entrare in una parte di mondo che non sai se potrai mai chiamare casa come eri abituato a fare quando eri al di qua di quel limite, che poi abbiamo chiamato “confine”.
Curioso che solo cambiando la vocale finale della parola quel limite diventa “confino”, prigione e isolamento.
Poi sono cresciuto, sono andato all’Università, e la geografia che negli anni era diventata storia si era trasformata ancora in storia economica: la storia della scienza sociale che studia come le persone, le comunità, gli Stati, gestiscono le risorse limitate per soddisfare i propri bisogni.
È proprio vero che più cresci più si complicano le cose; in fondo io volevo solo fantasticare su un planisfero.
Durante l’esame il professore mi chiese di fare un piano cartesiano e di mettere in ascisse le centinaia di migliaia e in ordinate i secoli dal decimo al ventesimo. Mi diede una penna e mi disse di disegnare la curva di come è cambiata la popolazione in Europa nel corso del tempo spiegando il perché di ogni minima curva.
L’equazione della migrazione
Eccoci qua, siamo di nuovo alla matematica. Gli individui sono di nuovo numeri, fattori economici, categorie sociali. Se anche sono riusciti a superare quella linea di confine, se ne trovano altre quattro tutte intorno; sono le linee che delimitano le caselle.
Gli spazi angusti di sopravvivenza quasi sempre periferici, le forme di schiavitù moderna spacciata da lavoro, l’invisibilità e la mancata inclusione, che non va mai confusa con assimilazione, sono lenti e inesorabili ticchettii di un sistema che rischia di collassare, perché se non hanno tenuto i confini immaginate se tengono le caselle.
Dal fondo della sala, mentre i capi di Stato si interrogavano su come risolvere quello che, da fenomeno naturale era diventato problema sociale (la migrazione), si alzò un perfetto sconosciuto che aveva in mano un libro aperto e lesse: “…quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro Paese, non gli farete torto. Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio” (Levitico 19:33-34).
Ma pensa tu…
Marko Hromiš, collaboratore del Messaggero Avventista.
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