Il coraggio silenzioso che sostiene il mondo
7 Luglio 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Il coraggio silenzioso che sostiene il mondo
7 Luglio 2026

In un pasto condiviso, in una porta aperta, nel ricordare a qualcuno che è amato. Una riflessione di Paulo Lopes, presidente di ADRA internazionale.

“Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo”, Galati 6:9.

Nel mondo, le notizie seguono spesso uno schema ormai noto: conflitti, crisi e, talvolta, qualche gesto eroico che riesce a emergere dal rumore di fondo. Ma gran parte della mia vita l’ho trascorsa in luoghi che raramente finiscono sulle prime pagine. Ed è lì che ho scoperto una storia diversa.

Le storie che continuiamo a non vedere
Penso a una madre che vive in una comunità di sfollati e che, poche settimane dopo aver perso tutto a causa di un’alluvione, sta già organizzando i vicini, condividendo le poche risorse disponibili, prendendosi cura degli anziani e contribuendo a tenere unita la sua comunità. Nessuna telecamera è puntata su di lei. Nessun articolo racconterà la sua testimonianza.

Penso a un anziano di chiesa che, dopo una crisi, apre le porte della propria comunità trasformando i banchi in letti e la cucina in un luogo di accoglienza. Non cerca riconoscimenti. Sta semplicemente vivendo la sua fede.

Penso a una responsabile di un gruppo che resta quando altri se ne vanno. Torna giorno dopo giorno, non perché abbia tutte le risposte, ma perché sa che esserci fa la differenza.

Queste non sono storie secondarie. Ma quelle principali. È il lavoro silenzioso e fedele della ricostruzione che, alla fine, determina ciò che diventerà una comunità.

Un ricordo che offre una prospettiva
Recentemente mi sono recato in Perù per un appuntamento importante che mi ha ricordato proprio il valore di questo servizio silenzioso e fedele.

Poco più di vent’anni fa, dopo lo tsunami che colpì l’Asia nel dicembre 2004, ADRA, l’agenzia umanitaria della chiesa avventista, istituì il proprio programma globale delle squadre di risposta alle emergenze (Emergency Response Team ERT), con l’obiettivo di unificare, organizzare e rafforzare il modo in cui interveniamo nelle situazioni di crisi (nella foto sotto Paulo Lopes durante la sua visita in Asia dopo lo tsunami).

Molto prima di diventare presidente di ADRA, facevo parte di quel primo gruppo in formazione, imparando insieme a colleghi che sarebbero diventati compagni di viaggio nel ministero e nel servizio.

Quest’anno, durante il mio viaggio in Perù, un nuovo gruppo di operatori ha seguito lo stesso percorso formativo. Prima ancora, ADRA aveva organizzato una formazione in Serbia e, presto, altri membri dello staff entreranno a far parte degli ERT nell’Africa occidentale e nell’area euroasiatica.

Complessivamente, in questi vent’anni, oltre mille uomini e donne sono stati preparati per servire le comunità nei loro momenti più difficili. Come accade per la maggior parte degli operatori dell’emergenza, queste persone restano sconosciute al di fuori dei luoghi in cui operano. Non hanno scelto questo servizio per ricevere riconoscimenti. Si mettono in gioco perché ci sono comunità che hanno bisogno di loro.

Nel corso della mia vita e del mio ministero ho visto una realtà che continua ancora oggi a commuovermi: il coraggio più duraturo raramente arriva con clamore. Si manifesta in silenzio, rimane quando le telecamere se ne sono andate e l’attenzione si è spostata altrove, e continua a operare con costanza.

Il coraggio è più della semplice determinazione
Il passo evangelico di Galati 6:9 mi ha accompagnato in molte stagioni del lavoro: “Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo”.

C’è una stanchezza che accompagna la compassione vissuta nel tempo. I problemi non trovano sempre una soluzione immediata. Spesso i bisogni persistono più a lungo di quanto speriamo.

Ci sono giorni in cui la distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere sembra insopportabile. Eppure, proprio in quei luoghi incontro persone che scelgono di non arrendersi. Non perché possiedano una forza straordinaria, ma perché le sostiene qualcosa di più stabile della loro stessa determinazione.

Credo che sia la presenza di Dio: vicina, attiva, all’opera attraverso persone comuni in modi silenziosi e spesso invisibili. La vedo in una nonna che insegna le prime lettere ai bambini sfollati. In un responsabile di comunità che continua a riunire i vicini anche quando i danni sembrano troppo grandi. In ogni gesto di fedeltà che rifiuta di lasciare che la sofferenza si trasformi in abbandono.

Il raccolto di cui parla l’apostolo Paolo non è sempre visibile dal punto in cui ci troviamo. Ma è seminato ogni giorno: in un pasto condiviso, in una porta aperta, nel ricordare a qualcuno che non è stato dimenticato.

Un invito
Forse non ti troverai mai a coordinare una risposta umanitaria o a contribuire alla ricostruzione di una collettività dopo una crisi. Ma il coraggio silenzioso non appartiene soltanto alle circostanze straordinarie. Assume la forma della presenza costante accanto a chi sta attraversando un momento difficile. Si manifesta nel dare anche quando farlo comporta un costo personale. Significa scegliere di non smettere di prendersi cura di persone che altri hanno ormai dimenticato.

Tutti siamo invitati a entrare in questa storia. E nessuno deve portarne il peso da solo.

Perché nelle mani di Dio una perseveranza fedele, vissuta con discrezione e mantenuta nel tempo, non è mai sprecata, anche quando il raccolto tarda ad arrivare.

Paulo Lopes, presidente di ADRA internazionale.

[Fonte: adra.org. Tradotto dalla redazione]
[Immagini: Mauricio Jordan De Souza Coelho, Dreamstime.com; foto interne: ADRA Ucraina; Paulo Lopes]

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