Come spiegare la definizione che leggiamo in Esodo 3:14? Risponde Ángel Manuel Rodríguez, professore e teologo avventista.
È una domanda difficile, perché l’enigmatica espressione ebraica citata può essere tradotta e interpretata in modi diversi. Non ho lo spazio per esplorare tutte le interpretazioni, ma menzionerò alcune delle più importanti e condividerò quella che, secondo me, nel contesto è una buona possibilità.
La domanda
“Io sono colui che sono” è la risposta di Dio alla richiesta di Mosè che gli chiedeva di rivelargli il suo nome (Esodo 3:14). Alcuni studiosi hanno osservato che l’interrogativo non è tanto “qual è il tuo nome?” quanto “chi sei tu?”. Tuttavia, è impossibile separare completamente queste due domande, perché il nome rivela, in una certa misura, chi è Dio.
Mi sembra, quindi, che quello di Mosè sia un invito rivolto a Dio a rivelargli aspetti della sua natura, che avrebbe poi condiviso con gli Israeliti. Questi ultimi, come lo stesso Mosè, sapevano che “Yahweh” era il nome di Dio. Egli era il Dio dei loro padri e ora stava per diventare, in modo particolare, il Dio del popolo d’Israele attraverso una rivelazione straordinaria che sarebbe avvenuta in Egitto, nel corso del viaggio, e al Sinai.
Possibili risposte
La frase mette in evidenza il verbo “essere”, impiegato due volte; cosa che ha portato a diverse interpretazioni.
“Io sono colui che sono” potrebbe voler dire che Dio è l’Essere che esiste da sé, colui che è sempre stato (“Io sono colui che è”). In questo senso, la frase sottolinea la sua unicità rispetto agli dèi pagani dell’antico Vicino Oriente, che nella mitologia avevano sempre un’origine.
Un’altra possibilità è intendere la risposta come un’affermazione, che Dio è il Creatore (“Io sono colui da cui ha origine l’essere”). In quanto Creatore, egli ha autorità su tutto ed è colui che si prende cura di ogni cosa esistente.
La frase potrebbe anche significare che Dio “sarà ciò che sarà”, nel senso che egli si rivelerà come colui che libera Israele dal potere oppressivo del faraone. Si sarebbe verificata una manifestazione di potenza divina mai vista prima da alcun essere umano. Egli è il Dio della redenzione.
“Io sono colui che sono” potrebbe indicare, inoltre, che Dio è colui che è sempre presente e sarà sempre con Israele (“Io sono colui che sarà con te”). La sua presenza sarà permanente nel popolo, perché stabilirà un patto secondo il quale egli sarà il loro Dio, essi saranno il suo popolo, e Dio dimorerà in mezzo a loro.

Alcuni suggerimenti
La verità è che tutte le interpretazioni menzionate appaiono possibili e difendibili. Forse, la scelta migliore è integrarle in una dichiarazione che sottolinei l’esistenza eterna di Dio e la sua potenza come creatore e redentore.
Potrebbe anche darsi che l’espressione enigmatica adottata voglia comunicarci che nessuna parola può esprimere pienamente la grandezza della natura di Dio.
Aggiungo che, se dovessimo scegliere una traduzione primaria per l'”Io sono colui che sono”, potrebbe essere “Io sono colui che è” o, forse ancora meglio, come suggerito da alcuni: “Io sono è ciò che io sono”.
Dio è colui che esiste da se stesso, tutto il resto deriva da questa realtà. E può essere confermata dal fatto che in Esodo 3:14, Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: “L’IO SONO mi ha mandato da voi”. Qui, l’espressione verbale è impiegata quasi come un nome proprio, ed è seguita da un’altra dichiarazione divina: “Dirai ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE [Yahweh]… mi ha mandato da voi’” (v. 15). Il nome Yahweh deriva dal verbo “essere”.
È bene ricordare che Gesù utilizza la frase “Io sono” per identificare se stesso e rivelare la sua natura divina (Giovanni 18:5-6; 8:24, 28, 58). Egli è il grande IO SONO!
Ángel Manuel Rodríguez
[Fonte: Adventist Review. Traduzione: Veronica Addazio. Immagini: © Popa Kindlein e Ig0rzh, Dreamstime.com].







