Una riflessione di Paulo Lopes, presidente di ADRA, l’agenzia umanitaria della chiesa avventista a livello internazionale.
Ma Gesù disse: “Lasciate stare i bambini e non impedite loro di venire da me, perché il regno dei cieli è di chi è come loro” (Matteo 19:14).
C’è un momento nei vangeli a cui ritorno spesso. I discepoli cercano di gestire la folla e allontanano i bambini da Gesù. E Gesù li ferma. Non si limita a permettere ai piccoli di avvicinarsi. Rimprovera coloro che vorrebbero tenerli a distanza. “Lasciateli venire”, dice. “Non impediteglielo”.
Mentre ci prepariamo a celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno, un’iniziativa che quest’anno ha come tema “Until Everyone is Safe” (“Finché tutti saranno al sicuro”), non posso leggere queste parole di Gesù senza pensare ai quasi 49 milioni di bambini in tutto il mondo che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Bambini che non hanno scelto la guerra. Che non hanno tracciato confini. Bambini in movimento.
Bimbi senza più casa
Lo sfollamento colpisce chiunque ne venga coinvolto, ma sui bambini ha un impatto diverso. Un adulto costretto a fuggire porta con sé dolore, perdita e difficoltà inimmaginabili. Un bambino nella stessa situazione condivide queste difficoltà e molte altre ancora.
Un bambino che deve andare via spesso si lascia alle spalle tutto ciò che conosce: gli amici che ama, la comunità che considera casa, l’istruzione su cui conta per il futuro, la sicurezza di cui non si è mai dovuto preoccupare prima.
Ecco perché i bambini sono al centro del lavoro di ADRA con le comunità sfollate. Bimbi in Libano che non entrano in un’aula scolastica da anni (nella foto sopra). Piccini in Sudan che hanno percorso distanze che stremerebbero un adulto, a volte senza un genitore al loro fianco. Bambini lungo le rotte migratorie in America Latina che portano con loro ricordi che nessuna infanzia dovrebbe avere. Piccoli in Ucraina che sussultano in caso di rumori che noi a malapena percepiamo.
Quando ho avuto l’opportunità di trascorrere del tempo con i bambini rifugiati, ciò che mi ha colpito non è solo la difficoltà, ma soprattutto la resilienza che si cela dietro di essa.
Ridono ancora quando qualcosa li diverte. Cercano ancora la mano di qualcuno al buio. Vogliono ancora imparare, giocare, sentirsi parte di qualcosa.
Nonostante quello che una crisi può togliere loro, i bambini restano sempre bambini.

Non è una questione politica ma umana
In molte parti del mondo, la politica in materia di rifugiati è diventata profondamente politicizzata. Persone ragionevoli hanno opinioni diverse sui confini, sulla capacità di accoglienza e sulle responsabilità delle nazioni. Riconosco e comprendo quanto sia complessa la situazione. Ma un bambino non è una questione politica. Una piccola di sette anni che ha perso la casa non è il simbolo di un dibattito. È una bambina che Dio vede, conosce e ama, nello stesso modo in cui vede e ama ogni piccino che sta leggendo queste parole insieme a lei.
A prescindere dalle nostre convinzioni politiche, credo che la maggior parte di noi ne condivida una fondamentale: i bambini meritano protezione. Meritano sicurezza. Meritano la possibilità di crescere con la propria dignità intatta. Questa convinzione non è di parte. È umana. E per coloro che seguono Gesù, è anche teologica.
Non ostacoliamoli
Le parole di Gesù ai suoi discepoli non erano solo un invito, ma una correzione. I discepoli pensavano di agire in modo pratico, gestendo la folla e mantenendo l’ordine. In realtà, stavano frapponendo una barriera tra le persone vulnerabili e colui che poteva aiutarle.
Mi confronto con questa sfida. È facile, in un mondo pieno di bisogni urgenti, lasciare che la distanza e la complessità diventino una sorta di barriera. Sentirsi schiacciati e in quello stato di sopraffazione, distogliere lo sguardo. Lasciare che i titoli scorrano senza che ci costino nulla.
Noi di ADRA cerchiamo di rimanere vicini. I nostri gruppi sono presenti nei luoghi dove la maggior parte delle persone ha smesso di guardare. Distribuiscono cibo, ripristinano l’accesso all’istruzione, forniscono supporto psicosociale a bambini e famiglie che stanno affrontando un trauma. Non perché sia facile, ma perché la vicinanza è una forma di fedeltà.
Ogni bambino è ancora visto
Una delle verità più confortanti delle Scritture è che il Signore vede coloro che il mondo ignora. Agar, abbandonata nel deserto, lo chiama “il Dio che mi vede”. I Salmi ritornano ripetutamente all’immagine dell’Eterno che si avvicina a chi ha il cuore spezzato.
Credo che sia ancora vero. Per ogni bambino che attraversa un confine nella paura, per ogni piccolo che cerca rifugio in una situazione di crisi, e per ogni creatura seduta in un rifugio temporaneo che si chiede cosa succederà dopo. Dio non li ha persi di vista. La domanda è se li abbiamo persi noi.
Quest’anno, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, vi chiedo semplicemente di guardare. Di lasciare che la storia di un bambino vi raggiunga, al di là della distanza che vi separa da lui. Di resistere all’intorpidimento che deriva da troppi titoli di giornale e di ricordare che dietro ogni numero c’è un nome, un volto, una vita che conta per Dio.
Gesù non si è limitato a dire “lasciateli venire”. Ha detto “non impediteglielo”. C’è un atteggiamento in questo, un’azione attiva che consiste nello spianare la strada. Siamo chiamati, ora. Non è eroismo. Solo fedeltà.
E poi, se ne avete la possibilità, fate qualcosa. Donate, pregate, fate sentire la vostra voce. Finché tutti non saranno al sicuro, siate voi a rifiutarvi di lasciare che i bambini vengano respinti.
Paulo Lopes
[Fonte: adra.org. Tradotto dalla redazione]
[Foto: ADRA / Nikolay Stoykov e Djembe, Dreamstime.com]







