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Charmian Lewis-Watkins – La storia di Iabes è contenuta in due soli versetti della Scrittura, in 1 Cronache 4:9, 10, che si collocano nel bel mezzo di una cronologia. Si tratta di un’interruzione, di un’intromissione? Perché? Sono due versetti che meritano un’analisi più approfondita.
Festa negata
La nascita di un figlio maschio era motivo di festa. Invece, sua madre sembrò parlare di negatività nella vita quando mise al mondo il suo bambino. Lo chiamò Iabes, nome che significava “dolore” e che diventò una sorta di etichetta sul di lui. Poi, la ragione prese il sopravvento e lei giustificò questo nome poco lusinghiero, mettendo in evidenza la sua stessa esperienza: “L’ho partorito con dolore” (1 Cr. 4:9).
Eppure conosceva bene il “così dice il Signore”. In Genesi 3, Dio aveva detto: “Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli” (v. 16). Perché, allora, questa donna avrebbe dovuto pensare di essere l’eccezione, che in qualche modo le doglie l’avrebbero risparmiata?
Di solito, e l’ho vissuto, quando quel meraviglioso fagottino di gioia viene messo tra le nostre braccia di madri, è la distrazione definitiva. Il travaglio e la fatica vengono presto dimenticati. La Bibbia è d’accordo. “La donna, quando partorisce, prova dolore perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia, per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana” (Giovanni 16:21).
Purtroppo, in questo caso non è stato così. Sembra, invece, che la madre di Iabes sia così fissata sugli aspetti negativi del parto da porre al bambino un nome che manteneva il ricordo negativo. “Dolore” sarà sempre il suo nome, un nome basato sulla sua esperienza.
Un uomo chiamato dolore
A dire il vero, un nome può essere la più potente delle etichette, capace di influenzare il modo in cui una persona vede e sente se stessa, e come gli altri la percepiscono. Forse, per Iabes, la vita non era altro che la fatidica realizzazione del suo nome. Pensateci un attimo. Chi vorrebbe essere amico, sposato o fare affari con un uomo chiamato dolore? La società cerca cure per il dolore e vuole sradicarlo. È probabile che i genitori impedissero ai loro figli di giocare con un bambino chiamato dolore. In questo e in altri modi, il suo nome potrebbe aver influenzato la sua autostima e compromesso la sua capacità di costruire relazioni.
In ogni caso, l’uomo chiamato dolore invocò il Dio di Israele.
Il grido
Iabes gridò a Dio in cerca di liberazione da un destino apparentemente ineluttabile: “Proteggimi dal male così che io sia libero dal dolore”. Ma la sua supplica andava oltre la semplice evasione: “Benedicimi, ti prego; allarga i miei confini; sia la tua mano con me e preservami dal male in modo che io non debba soffrire!” (1 Cronache 4:10). “E Dio gli concesse quanto aveva chiesto” (v. 10).
Iabes chiese una benedizione che lo liberasse da una maledizione. Pregò per avere un territorio più vasto, perché si sentiva escluso dalle opportunità e dalla crescita. Chiese la mano protettrice del Signore perché a volte si sentiva perso e vulnerabile. Cercò la mano del Signore come guida per trovare la sua strada nella vita. La sua preghiera era onesta, specifica e rivolta a un Dio che conosce i dolori, che porta i nostri dolori (cfr. Isaia 53:4).
E Dio rispose alla sua preghiera.
Si noti l’intensità della passione di Iabes. Non si trattava di una semplice preghiera. Il testo dice che “invocò”, gridò.
Gridiamo nel dolore. Gridiamo quando siamo in agonia. Gridiamo quando siamo schiacciati, spaventati e soli, quando il nostro dolore è emotivo, fisico o dovuto a una situazione particolare.
Israele, sotto la tirannia del faraone, “gridò” al Signore (Esodo 14:10). I discepoli di Cristo “gridarono di paura” quando credettero di vedere un fantasma venire verso di loro sull’acqua (Matteo 14:26). Pietro gridò temendo di essere inghiottito dal mare in tempesta (Matteo 14:30). Il cieco Bartimeo, che era rimasto seduto nell’oscurità per anni, gridò a Dio per avere la vista (Marco 10:46-48). Giona gridò al Signore dal ventre di un grosso pesce (Giona 2:2-9).
La maggior parte di noi, se non tutti, è stata colta dalle tempeste della vita o è rimasta intrappolata nei suoi bassifondi, incapace di vedere una via d’uscita e di risalita. E, se non vi è capitato, potrebbe accadere. Tuttavia, possiamo tutti essere certi che le cose cambiano quando invochiamo Dio.
Iabes e noi, il marchio nuovo
Quando Dio riscrisse la storia di Iabes, i suoi ultimi giorni seguirono percorsi di ispirazione sconosciuti in precedenza. Divenne “più onorato dei suoi fratelli” (1 Cronache 4:9). Sua madre gli aveva dato un nome per il dolore e la sofferenza che aveva sopportato, ma Dio, l’Onnipotente che parlò e la luce dissipò le tenebre, l’ordine sostituì il caos e riempi il vuoto con l’abbondanza, gli ridiede onore senza nemmeno manomettere il suo certificato di nascita. Quale benedizione! Iabes, che credette per fede e Dio rispose, entrò in uno stato spirituale e sociale migliore, ebbe un marchio migliore, un futuro fresco e fantastico.
Il Dio di Iabes fece una dichiarazione sorprendente riguardo al suo popolo: “‘Infatti io so i pensieri che medito per voi’, dice il Signore: ‘pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza’” (Geremia 29:11). Questa affermazione di Dio non è un semplice modo di dire. La sua parola non torna mai a vuoto. Realizzerà esattamente ciò che egli dice (cfr. Isaia 55:11). Seguendo la preghiera e il Signore di Iabes, possiamo pure noi attendere con fede che Dio conceda una risposta di benedizione, prosperità e protezione dal male. E anche se tali benedizioni divine giungano o meno in questa vita, sono assicurate a tutti i credenti nella vita a venire.
Voci negative e sfiancanti possono a volte parlare sotto l’etichetta di “critica costruttiva”. Eppure, anche quando provengono da fonti apparentemente amichevoli (come nel caso della madre di Iabes), colpiscono come frecce scoccate dall’arma di colui il cui nome e la cui funzione consistono nell’accusare i figli di Dio (cfr. Apocalisse 12:10).
Ma ispirati dalla storia di Iabes, possiamo festeggiare con la voce forte del cielo che grida, non con dolore disperato, ma con gioia fervente: “è stato gettato giù l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio” (Apocalisse 12:10).
Quindi, dimenticate le etichette e osate andare contro il mondo che vi dice di non contare né valere nulla. Forse vi dicono che siete la nota dolente della famiglia, l’imbarazzo della comunità, il disadattato della società. Ma sia che le frecciatine arrivino dall’esterno sia che rimbombino semplicemente nella vostra testa, la storia di Iabes offre un’alternativa alla vostra storia.
Iabes è andato oltre la dolorosa eredità dell’incapacità di sua madre di superare il dolore, per raggiungere l’orecchio di un Dio che ascolta, sente e risponde perché si preoccupa per noi. Le parole del salmista corrispondono alla soddisfazione finale di Iabes: “Io amo il Signore perché ha udito la mia voce e le mie suppliche. Poiché ha teso l’orecchio verso di me, io lo invocherò per tutta la mia vita” (Salmo. 116:1, 2).
Caro Dio, abbiamo tutti bisogno di te senza eccezioni. Abbiamo veramente bisogno di te. Abbiamo bisogno che tu intervenga nelle nostre situazioni e trasformi la nostra vita. Molti di noi sono stati etichettati. Ci sentiamo non amati e indesiderati. In breve, siamo stati portati a credere di non essere abbastanza bravi. A volte, questi sentimenti di inadeguatezza ci impediscono di venire davanti a te per chiedere aiuto. Tu ci ami veramente e ci hai fatti in modo meraviglioso e stupendo. Vogliamo accettare la tua azione nella nostra vita.
Iabes, due versetti nel bel mezzo di una cronologia, ma che insegnano una grande lezione sul potere trasformativo del Dio che si prende cura di noi.
Il podcast di RVS
Iabes è stato anche il protagonista di una puntata della serie “iBelieve”, brevi riflessioni a cura degli studenti della Facoltà avventista di teologia di Firenze, andati in onda su radio RVS – Accendi la speranza.
Nel numero sull’uomo chiamato “dolore”, Cesare Zausa, ora pastore, offre una rapida riflessione, prendendo spunto dal testo biblico di 1 Cronache 4:9, 10:
Ascolta il podcast su hopemedia.it/ibelieve-1-cronache-49-10/
(Charmian Lewis-Watkins è infermiera e vive a Brooklyn, New York).
[Fonte adventistreview.org/. Traduzione: L. Ferrara]