Il cane che baratta
3 Aprile 2025
Il cane che baratta
3 Aprile 2025

Donare è un’attitudine, non solo un’azione. Come viviamo il momento dell’offerta?

Ray Hartwell – La nostra cagnolina Molly è di razza West Highland White Terrier, con una caratteristica carina ma irritante. Ha imparato l’arte del baratto. Non ad abbaiare, cosa che fa già bene, ma a barattare. Funziona così. Prende una delle scarpe di mia moglie, più è nuova e bella, meglio è, e scappa via. Nessuna persuasione la convince a restituirla. Infatti, le piace quando la rincorri mentre lei galoppa a gran velocità intorno ai mobili e sotto il letto con la sua refurtiva. La mastica, ma soprattutto vive per il brivido della caccia. Tuttavia, ha imparato a barattare con noi. Se torniamo da lei con un giocattolo che squittisce o qualche gustosa alternativa che lei ritiene attraente, baratterà la preziosa scarpa con l’oggetto che le offriamo.

Alcune persone hanno interpretato un versetto della Bibbia nel senso di poter barattare con Dio. Il testo dice: “‘Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi alla prova in questo’, dice il Signore degli eserciti; ‘vedrete se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla’” (Malachia 3:10).

Ecco qua, pensano, Dio ha garantito successo e prosperità a chiunque restituisca fedelmente la decima (secondo l’indicazione biblica, gli avventisti offrono la decima, una donazione liberale mensile corrispondente al 10% delle entrate di ogni singolo credente. La decima è utilizzata per il mantenimento del personale ecclesiastico, dei programmi di testimonianza e di evangelizzazione, dei dipartimenti legati all’opera religiosa, ndt). Quindi, considerano questo versetto come un sistema di baratto. A Dio do il 10% per cento delle mie entrate e lui dovrà benedirmi con abbondanza. Trattano la relazione con Dio come un dare e avere: Dio mi deve.

Restituiamo la decima per quello che pensiamo di ottenere in cambio? Dio mi deve qualche cosa?

Benedetti per primi
Il profeta Abacuc ha insegnato una gioia diversa dal “vangelo della prosperità”, sposato da alcuni ministri di culto di oggi. Egli sottolinea che il nostro servizio a Dio si basa su qualcosa di meglio di un dare e avere spirituale. “Infatti, il fico non fiorirà, non ci sarà più frutto nelle vigne; il prodotto dell’ulivo verrà meno, i campi non daranno più cibo, le greggi verranno a mancare negli ovili, e non ci saranno più buoi nelle stalle; ma io mi rallegrerò nel Signore, esulterò nel Dio della mia salvezza” (Abacuc 3:17, 18).

Restituire la decima a Dio con gioia non significa aderire a una sorta di sistema di baratto divino. Decime e offerte esprimono ringraziamento a Dio nostro Salvatore. Siamo i destinatari della sua grazia. E con gratitudine riconosciamo che tutte le cose appartengono a lui, noi le gestiamo solamente.

Molti cristiani sono fedeli a Dio nel restituire la decima e le loro offerte volontarie. Eppure, non diventano mai ricchi, non surclassano tutti i loro vicini con la casa più grande o gli ultimi modelli di auto, o hanno un guizzo “speciale” nelle loro finanze. Sono fedeli ma non sembrano avere successo nel mondo. Dio, però, non ha dimenticato di benedirli. Come promette il salmista: “Io sono stato giovane e sono anche divenuto vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua discendenza mendicare il pane” (Salmo 37:25).

Anche se Dio promette una benedizione per la nostra fedeltà, ce n’è una che la precede e restituendo la decima riconosciamo. Dare la decima a Dio è più di un dovere o l’adempimento di un comando. È più di una transazione divina. È un’espressione di gratitudine per le benedizioni già ricevute che non avevamo pattuito.

Dare per ottenere
Quando ho iniziato il mio ministero, ho avuto il privilegio di assistere ad alcune presentazioni di Mel Rees, che allora era l’insegnante avventista più importante di economato cristiano e raccolta fondi da parte delle chiese locali, per campagne di sovvenzionamento. Rees ha descritto una condizione della natura umana che ha chiamato “dare per ottenere”. La si notava, diceva, in luoghi come alcune chiese cristiane che organizzavano lotterie, tombolate e altre iniziative in cui il concetto era che si poteva tornare a casa con qualcosa di valore, forse anche più prezioso del contributo donato.

Lo stesso tema va ancora oltre quando gli individui donano per una causa, aspettandosi un riconoscimento pubblico, magari persino un edificio che porta il loro nome, o sentirsi motivati vedendo il proprio nome su un cartellone, o ricevendo un premio. Queste cose non sono cattive di per sé, a meno che il motivo per cui si dona non sia quello di ricevere un qualche tipo di ricompensa, invece del desiderio altruistico di servire e aiutare gli altri.

Rees ha raccontato una storia un po’ più vicina a noi. Un devoto membro di chiesa, una donna di mezza età, tranquilla e riservata, si avvicinò un giorno al suo pastore dichiarando che si risentiva per ogni centesimo di decima che pagava, perché avrebbe voluto spendere di più per i vestiti che le piacevano. In effetti, si dispiaceva anche per le offerte che elargiva, perché sentiva che le impedivano di permettersi di viaggiare dove voleva. Ma lei era fermamente devota e voleva seguire le regole.[1] Sembrerebbe che, anziché avere uno spirito di gratitudine e riconoscere di essere già benedetta, stesse “dando per ottenere”, per soddisfare i requisiti divini e sperare di ottenere il cielo, anche se si risentiva della sensazione di sacrificio qui sulla terra.

Cuori grati
Parlando del popolo di Dio di oggi e delle benedizioni che ha già ricevuto, Ellen G. White (co-fondatrice della Chiesa avventista ndt) scrive: “Devono pagare le decime di tutto ciò che possiedono e fare offerte di ciò che Dio gli elargisce. La misericordia divina e le sue benedizioni sono state abbondanti e sistematiche. Dio manda la pioggia e il sole, e fa prosperare la vegetazione. Egli dà le stagioni; il tempo della semina e del raccolto arriva nel suo ordine. L’infallibile bontà di Dio richiede qualcosa di meglio dell’ingratitudine e della dimenticanza che gli uomini gli rendono. Non dovremmo forse tornare a Dio e con cuore grato presentare le nostre decime e offerte?”.[2]

Ecco la chiave. Invece di vedere la nostra gestione economica come una specie di baratto, riconosciamo che è un’espressione di vita grata. Come il profeta Abacuc possiamo gioire, anche se abbiamo poche risorse nelle tasche. Ci rallegriamo nel Dio della nostra salvezza. E quando raggiungeremo il cielo e la nuova terra, avverrà per la generosa grazia del nostro Salvatore celeste, non perché siamo stati dei negoziatori astuti e avidi, come il nostro cane Molly con la scarpa di mia moglie.

Note
[1] Adattato da M. E. Rees, God’s Plan for Social Security, Pacific Press Pub. Assn., Mountain View, California, 1970.
[2] E. G. White in Signs of the Times, 13 gennaio 1890.

[Immagine di dimitrisvetsikas1969 e Bru-nO su Pixabay. Fonte: adventistreview.org / Tradotto da Veronica Addazio] 

 

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