Custodi del creato o ostaggi del cemento?
5 Agosto 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Custodi del creato o ostaggi del cemento?
5 Agosto 2026

Crisi climatica e responsabilità umana. Un connubio arcinoto da decenni. Alcune dritte per spezzarlo.

Le città italiane ed europee sono state progettate per un clima che, nei fatti, non esiste più. Case, scuole, ospedali, piazze e strade sono nate in un’epoca in cui superare i trenta gradi rappresentava un’eccezione rara. Oggi, al contrario, ci troviamo a fronteggiare settimane intere vicine ai quaranta gradi, strette nella morsa delle cosiddette “notti tropicali”, momenti in cui il cemento accumulato durante il giorno restituisce implacabilmente calore, impedendo ai corpi e alle menti di rigenerarsi.

Sulla Stampa di Torino, nell’articolo qui, il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, osserva che le nostre aree urbane sono figlie di estati ben più fresche e appaiono del tutto impreparate di fronte alla radicalità della crisi odierna. Il Mediterraneo è ormai ufficialmente uno degli hotspot climatici mondiali, un’area cioè destinata a riscaldarsi molto più rapidamente rispetto alla media globale. Dati alla mano, le ondate di calore estreme sono cresciute in modo esponenziale rispetto agli anni Settanta, mentre le notti tropicali e le temperature record registrate da Torino a Palermo testimoniano una trasformazione strutturale del nostro habitat.

L’isola di calore e la trappola del cemento
A potenziare questo riscaldamento contribuisce in modo determinante l’architettura urbana stessa. Come evidenzia il geologo e divulgatore Mario Tozzi qui, il consumo di suolo e l’impermeabilizzazione – con quasi ottantaquattro chilometri quadrati di territorio cementificati in un solo anno – trasformano le città in enormi superfici roventi. Asfalto, cemento e facciate continue assorbono l’energia solare e la rilasciano lentamente dopo il tramonto, facendo registrare nei centri urbani fino a cinque gradi in più rispetto alle campagne circostanti.

In questo scenario, i condizionatori sono diventati strumenti indispensabili per la sopravvivenza sanitaria, specialmente per le fasce più fragili della popolazione. Tuttavia, essi innescano un perverso circolo vizioso: spostano il calore dall’interno all’esterno, consumano immense quantità di energia elettrica e alimentano ulteriormente le emissioni climalteranti. La soluzione, concordano gli scienziati, non può risiedere unicamente nella tecnologia meccanica, ma deve passare attraverso il ritorno alla natura.

Verso un’urbanistica del caldo e della giustizia ambientale
Ripensare le città richiede un cambio di paradigma radicale, invocato con forza anche da urbanisti di fama internazionale come Carlo Ratti. Non si tratta più soltanto di mitigare le emissioni, ma di attuare un reale adattamento climatico. Ciò significa trasformare il verde urbano – alberi, parchi, tetti giardino e pareti vegetate – in una vera e propria infrastruttura primaria, al pari delle strade o della rete idrica.

Interventi virtuosi come la depavimentazione (depaving) dei cortili scolastici a Firenze e Genova, la creazione di oasi verdi a Parigi o i piani climatici di Bologna e Brescia dimostrano che invertire la rotta è possibile. L’obiettivo è restituire respiro alla terra, ridurre il rischio idrogeologico dei nubifragi e tutelare la salute pubblica. La crisi climatica presenta infatti un conto drammatico, fatto di decine di migliaia di decessi prematuri in Europa ogni anno, oltre a danni incalcolabili per l’ecosistema e l’economia.

L’articolo di Mario Tozzi sulla Stampa del 5 agosto 2026

La prospettiva etica: custodi del creato
Di fronte a queste sfide globali, qual è il ruolo e la responsabilità di chi professa una fede biblica? La scenografia del creato ci affida il mandato di “coltivare e custodire” la Terra (Genesi 2:15). Custodire non significa sfruttare sconsideratamente o rimanere indifferenti di fronte al degrado ecologico e alla sofferenza umana che ne deriva.

La crisi climatica e l’aumento delle temperature estreme non sono soltanto problemi tecnici o politici: sono questioni profondamente etiche. Colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili, gli anziani, i poveri e le generazioni future. Adottare stili di vita sostenibili, promuovere la sobrietà energetica, sostenere la cura degli spazi comuni e stimolare i decisori politici a scelte coraggiose e responsabili rappresenta un’estensione concreta del comandamento d’amore verso il prossimo.

Le città del futuro, per essere vivibili, dovranno imparare a coniugare la scienza, la tecnologia intelligente e il rispetto per la natura. Ma soprattutto, richiederanno un sussulto di coscienza morale: ricordarci che ogni albero piantato, ogni metro di asfalto rimosso e ogni scelta energetica saggia sono passi concreti per prenderci cura del dono meraviglioso che Dio ci ha affidato.

Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.

[Immagini: GraphixMade e u_ssfofehsaj, Pixabay.com]

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