La tessitura del creato e il peccato dello scarto
22 Luglio 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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La tessitura del creato e il peccato dello scarto
22 Luglio 2026

Entra in vigore il divieto previsto dal Regolamento europeo sull’Ecodesign che vieta alle grandi imprese tessili di distruggere i prodotti invenduti (per le medie imprese il divieto sarà dal 2030). Cosa ci insegna il nuovo giro di vite europeo contro il macero degli abiti.

C’è qualcosa di profondamente innaturale nel distruggere ciò che è integro. È questa l’immagine che emerge con forza leggendo l’articolo di Massimiliano Jattoni Dall’Asén pubblicato sul Corriere della Sera dal titolo “Moda, giro di vite Ue: dal 19 luglio vietato distruggere gli abiti invenduti”.

Per anni, l’industria della moda globale ha nascosto dietro le quinte una pratica tanto redditizia quanto cinica: milioni di capi d’abbigliamento nuovi, scarpe intatte e accessori perfettamente confezionati venivano regolarmente ridotti in polvere o inceneriti prima ancora di essere indossati. Il motivo? Proteggere l’esclusività del marchio, evitare la svalutazione e liberare i magazzini senza cedere alla tentazione degli sconti. Le stime richiamate da Assoutenti parlano chiaro: ogni anno nell’Unione europea fino al 9% dei prodotti tessili finisce al macero, generando quasi 600 mila tonnellate di rifiuti e milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Dalla cultura dello scarto alla responsabilità della custodia
Questa misura, che a livello economico e normativo segna una svolta storica (con l’obbligo per le grandi imprese di destinare l’invenduto al riutilizzo, alla donazione o al riciclo), interroga in modo sottile ma penetrante anche la nostra sensibilità di credenti.

La Bibbia ci presenta fin dalle prime pagine un Creatore che non si limita a produrre il mondo, ma lo “custodisce”. L’essere umano è chiamato a essere amministratore (economo) saggio delle risorse del pianeta, non il padrone incontrastato autorizzato a disporre della materia secondo il puro capriccio del profitto.

Distruggere il nuovo per difendere il valore commerciale di un’etichetta è il sintomo di una società affetta da bulimia consumistica, dove l’oggetto perde ogni valore intrinseco e diventa puro feticcio simbolico. Quando il lusso si nutre della distruzione sistematica, il sistema economico perde la sua bussola morale.

Un invito alla sobrietà e alla seconda vita delle cose
Il divieto europeo, che spingerà le aziende a programmare meglio la produzione — investendo magari in previsioni più accurate e, in ultima analisi, a produrre meno —, ci offre l’occasione per un esame di coscienza laico e spirituale. Ci ricorda che ogni risorsa ha una dignità e che la cultura dello scarto va sostituita con una cultura della cura e della solidarietà.

I vestiti salvati dal macero dovranno trovare la via della donazione e del riutilizzo, ricordandoci che la vera bellezza non risiede nell’esclusività ottenuta sulla pelle del pianeta, ma nella capacità di valorizzare ciò che già esiste.

In un tempo in cui l’e-commerce ci restituisce un tasso di reso vertiginoso (un capo su cinque rimandato indietro come un pacco senza valore), la chiamata alla sobrietà diventa un esercizio di umanità. Custodire il creato significa anche imparare a desiderare il giusto, a riconoscere che il superfluo distrutto è un insulto a chi fa fatica e una ferita inferta alla casa comune. Una piccola regola comunitaria che, in fondo, ci ricorda una grande verità spirituale: nulla nel disegno di Dio è pensato per finire nella spazzatura.

“Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda”, Giovanni 6:12.

Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.

[Immagini: Pexels, Pixabay.com e Rido, Dreamstime.com]

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