“Dio, il Signore, prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2:15).
Il primo maggio non è solo un “rosso sul calendario”, spesso scambiato per il pilone su cui regge un lungo ponte fatto di musica, svago e riposo in famiglia. È la festa delle lavoratrici e dei lavoratori, istituita nel 1889 a Parigi e ratificata in Italia due anni dopo. Nasce per ricordare le vittime delle proteste di Chicago che manifestavano per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro giornaliero a otto ore.
A distanza di tanti anni è ancora il giorno in cui siamo chiamati a interrogarci sul significato più profondo della dignità del lavoro. È l’occasione per commemorare le troppe vittime di morte bianca, quasi ottocento nell’ultimo anno, e ricordare quanto cammino c’è ancora da fare per garantire diritti, salari più dignitosi, piena occupazione, valorizzazione di competenze e professionalità, e pari condizioni tra lavoratrici e lavoratori. Tutto ciò dentro una prospettiva animata da istanze e processi mai del tutto compiuti che, per quanto ci riguarda, hanno una dimensione non solo sociale ma anche cristiana.
Nella Bibbia il lavoro è parte integrante del progetto divino che sin dalla Genesi vede il Creatore desideroso di instaurare con l’uomo e la donna una collaborazione e una forte complicità, al punto da renderli protagonisti nell’opera di custodia e cura del creato. Il piano divino, come riportano molti passaggi biblici, è centrato sul lavoro e sull’impegno, fisico e spirituale. Dalle numerose prescrizioni di Dio, contenute sin dai primi libri della Scrittura, si coglie infatti l’indirizzo dato all’umanità e, nello specifico, al nascituro popolo d’Israele, di costruire, creare, rappresentare un modello per portare esempio e frutto.
Ciò che però, più di ogni altra cosa, rivela l’amore e l’attenzione che il Padre mostra nei confronti dei suoi figli, chiamati a vivere una vita piena e laboriosa, è riscontrabile in tutti quei passaggi in cui il riposo, la festa, la cura per se stessi, per la propria famiglia e per la propria comunità, diventano anch’essi comandamenti, moniti educativi e fonti normative. Se ne coglie tutta la luminosa portata riformatrice nonostante siano passati millenni, ed è ancora oggi fonte di grande ispirazione.
Nella Bibbia non c’è ancora traccia di sindacati e il primo maggio non è considerata festa, ma c’è da sempre il sabato, giorno della settimana in cui far cessare ogni attività, riposare, coltivare la propria fede e riconsacrarsi a Dio; e ci sono testi inequivocabili, scritti sotto ispirazione divina, che riconoscono al lavoro dignità e diritti.
L’apostolo Paolo, ad esempio, esorta a lavorare con sincerità di cuore, “come per il Signore e non per gli uomini” (Cl 3:23), riconoscendo però che “l’operaio è degno del suo salario” (1 Ti 5:18). E ancora, sempre nel Nuovo Testamento, si legge: “Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti” (Gm 5:4).
Questo ci dà l’occasione di vivere l’appuntamento secolare della festa del primo maggio come momento in cui dare anche testimonianza di quanto il Padre divino abbia avuto sempre a cuore l’equilibrio e l’appagamento delle sue creature su questi temi, ci qualificherebbe come cristiani fedeli ma anche come cittadini che, dentro al “mondo del lavoro” troppo spesso declassato a “mercato del lavoro”, perorano la causa biblica del pieno e giusto benessere della persona senza sacrificarlo sull’altare del mero profitto.
Marko Hromiš
[Fonte: Il Messaggero Avventista, maggio 2026]







