Dal Benin, passando per il Niger e la Libia, fino all’Italia. Un percorso irto di ostacoli, rischiarato dalla speranza cristiana.
Noël Agognon, 31 anni, da poco più di un mese serve come missionario a Forlì, presso la casa di riposo avventista “Casa Mia”, racconta la sua storia, un intreccio di fede, coraggio e provvidenza.
Noël, da dove vieni e com’era la tua vita?
Sono nato a Pobé, in Benin, nel 1995. Mio padre era un fabbricante di pentole, poi diventato agricoltore. Ho studiato fino alla maturità. Il mio sogno era insegnare, così mi sono iscritto all’università di Abomey-Calavi, dove ho studiato linguistica applicata.
Lì ho incontrato un avventista che non veniva mai alle lezioni nel giorno di sabato. Gli ho chiesto perché. Mi ha spiegato che quel giorno appartiene al Signore. Questo ha suscitato in me curiosità.
Tornato al mio villaggio, un conoscente avventista mi ha messo in contatto con una sorella di una chiesa degli Stati Uniti che mi inviava lezioni bibliche via e-mail. Io conoscevo già la Bibbia, perché mio padre appartiene alla chiesa del “Cristianesimo celeste”, ma il sabato era una sfida: non lo identificavo con il “samedi” (sabato in francese).
Quando hai deciso di diventare avventista?
Nel 2020. La mia famiglia non poteva più sostenermi negli studi e una sorella in fede degli Stati Uniti mi ha aiutato economicamente. Quel gesto ha toccato il mio cuore. Ho sentito che Dio mi chiamava. Così, sono stato battezzato.
Oltre a insegnare, avevo il progetto di aprire una scuola nel mio Paese, perché non esistono istituti avventisti e l’educazione è una grande necessità. Purtroppo, però il governo aveva introdotto requisiti economici proibitivi. Così ho cercato alternative. Nei forum avventisti ho conosciuto alcune comunità brasiliane. Ho provato a emigrare in Brasile, per proseguire il mio percorso, ma il visto non è mai arrivato.

E quindi la decisione di attraversare il deserto. Perché?
Nel giugno 2023 mi sono sentito senza vie d’uscita e ho deciso di prendere la via del deserto. Sono salito su camion diretti al nord, verso il Niger, ho raggiunto Agadez e infine la Libia. Un viaggio terribile. Eravamo in 45 stipati nei cassoni dei camioncini. Era possibile rifornirsi di acqua solo ogni tre giorni. Poi a Tripoli sono stato rinchiuso sette mesi nei campi di detenzione.
In quel buio, cosa ti ha sostenuto?
La fraternità cristiana. Attraverso le piattaforme online, un gruppo di preghiera dello Stato di Cearà, in Brasile, mi ha inviato denaro per mangiare. Una sorella avventista di Milano mi ha messo in contatto con il pastore della sua chiesa che, a sua volta, mi ha indicato ADRA Italia (l’agenzia umanitaria avventista), l’Istituto universitario avventista e la casa di riposo “Casa Mia”. Sono stati questi ultimi a farmi capire che entrare in Italia con un barcone, oltre a essere pericoloso, mi avrebbe confinato nell’illegalità. Dovevo tornare a casa.

Come ci sei riuscito? E come sei arrivato in Italia?
Ho dovuto pagare per il mio rilascio e il biglietto aereo. I fratelli brasiliani hanno raccolto i 260.000 franchi Cfa necessari (circa 400 euro, equivalenti a un mese del salario medio in Brasile). Sono stato messo su un volo per Lagos, capitale della Nigeria, e da lì sono tornato in Benin.
Dopo un anno e mezzo di pratiche, sono arrivato come missionario a Forlì, presso la casa di riposo “Casa Mia”. Ogni giorno ringrazio Dio per le persone che ha posto sul mio cammino, da tre continenti diversi. Quando tutto sembrava perduto, ha aperto strade usando persone lontane, unite dalla fede. Nessun deserto è troppo vasto quando la speranza cammina con noi.
Giuseppe Cupertino
[Fonte: Il Messaggero Avventista, maggio 2026]
[Immagini: Noël Agognon]







