Il 14 giugno è la Giornata mondiale del donatore di sangue.
“…gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…” (Matteo 10:8).
Di carta o digitali poco importa, apriamo le agende alla metà di giugno e forse, accostando l’orecchio, riusciamo a sentire le note di Venditti e di quella notte prima degli esami che tutti abbiamo vissuto o vivremo. Quelli sono i giorni in cui si sente il profumo dell’estate, si contano le settimane che ci separano dalle ferie, in cui le ore di luce sembrano non finire mai.
Con penna rossa – il colore non è scelto a caso – o con il polpastrello, poco importa, al 14 giugno scriviamo: “Giornata Mondiale del Donatore di Sangue”. Ci sarà da puntare la sveglia presto perché la prima cosa da fare quella mattina è far scorrere un dono. Leggi una testimonianza qui.
Dal 2004, l’Organizzazione mondiale della sanità promuove in quel giorno una sensibilizzazione sanitaria su scala mondiale. Un gesto concreto, silenzioso, spesso anonimo e anche per questo profondamente evangelico: donare il proprio sangue per salvare vite.
Nella Bibbia il sangue è simbolo di espiazione, redenzione, riscatto, sacrificio e purificazione: “…non con cose corruttibili, come argento o oro, siete stati riscattati dalla vostra condotta… ma con il prezioso sangue di Cristo…” (1 Pietro 1:18,19).
L’elemento del sangue, e tutto ciò che evoca, simboleggia e prefigura, ricorre in molti testi ed episodi chiave: da Caino e Abele agli stipiti delle porte delle case israelite d’Egitto, dagli altari dei sacrifici all’ultima cena del Maestro con i suoi discepoli, fino alla croce. È il “perché” a cui ricondurre tutto: la vita. Il sangue è vita e “…la vita della carne è nel sangue…” (Levitico 17:14).
Donare il proprio sangue significa condividere la vita con un’altra creatura, ed è la più alta forma fisica di una prossimità che non chiede di conoscere volti, pesare e giudicare, ma che si fonda sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca.
La pratica della trasfusione è recente, del primo Novecento. È stata resa possibile grazie alla scoperta dei gruppi sanguigni da parte di un dottore dal nome complicato alle nostre latitudini, Karl Landsteiner. Una scoperta che gli valse il Nobel nel 1930. Un traguardo della scienza che, nella cura dell’altro, intreccia il più alto e nobile valore spirituale, un tratto distintivo del carattere del Cristo: la gratuità.
Ma non è tutto. Se ci pensiamo bene la battuta popolare secondo cui donare sangue è l’unico momento in cui “perdendo qualcosa si sta meglio” cela una verità che Gesù ha insegnato duemila anni fa: “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20:35). In tutte le culture e in tutte le epoche storiche il dono è un segno di alleanza, di comunione che lega gli esseri umani, oltre i calcoli, i tornaconti di bottega. Un gesto che supera confini e differenze.
Quando poi esso si lega a filo doppio con la salvaguardia della salute e con la solidarietà ecco che entriamo anche nel campo della testimonianza. Per i cristiani avventisti, salute e solidarietà sono un modo di declinare servizio, amore e costanza, ma anche disciplina e impegno. Perché per poter donare il proprio sangue è necessario prendersi cura del proprio corpo, il tempio dello Spirito Santo.
Non sarebbe male partire da qui per provare a entrare in punta di piedi nel variegato e colorato mondo della bioetica e affrontare il tema della donazione degli organi. Ma, sta di fatto che io non sia un esperto di bioetica e lo spazio concesso a questo articolo sia esaurito. Permettetemi però di rivolgere un appello finale. Se la salute ce lo consente diventiamo protagonisti di questo dono che scorre, non solo il 14 giugno. Facciamolo sempre. Ci rende migliori come cittadini sulla terra e per il cielo.
Marko Hromiš
[Fonte: Il Messaggero Avventista, giugno 2026]
[Immagini: michellegordon2, Pixabay.com]







