Quando la necessità diventa fede. La paradossale storia (vera) in arrivo da una fiera di Modena ci mette di fronte a uno specchio.
C’è chi ha passato la notte in un sacco a pelo, sfidando la stanchezza e l’attesa, pur di assicurarsi un posto in prima fila. Non per assistere all’incontro con un grande autore, non per una causa umanitaria, ma per farsi imprimere sulla pelle in modo permanente il logo di una nota catena di fast food. L’offerta in palio alla fiera Modena Nerd che si è chiusa il 6 settembre, era tanto bizzarra quanto efficace: un tatuaggio con il marchio aziendale in cambio di pollo fritto “gratis a vita” (regolato, per la precisione, da un coupon ogni dieci giorni).
Le liste d’attesa polverizzate in pochi minuti e le polemiche sollevate dalle associazioni dei consumatori raccontano molto più di una semplice trovata pubblicitaria estrema.
Il corpo come cartellone pubblicitario
Storicamente, il tatuaggio ha quasi sempre avuto una funzione narrativa o intima: un modo per custodire un ricordo, celebrare un legame profondo, marcare un dolore superato o dichiarare un’appartenenza culturale e ribelle. Oggi compiamo un salto evolutivo spiazzante: passiamo dall’auto-narrazione all’auto-sponsorizzazione. Ci offriamo volontariamente come spazi pubblicitari ambulanti per una multinazionale.
Da un lato, questo fenomeno svela il sottofondo economico di un’epoca fragile. Con il carovita e l’ansia cronica per il futuro, l’idea di garantirsi un pasto sicuro per sempre spinge le persone a baratti surreali. È la risposta ironica e disperata alla precarietà: se il lavoro vacilla, almeno avremo il pollo gratis.
La sete di appartenenza
Ma può esserci una dimensione ancora più profonda che interpella la nostra coscienza, a maggior ragione se letta con lo sguardo di chi cerca una bussola spirituale. Perché sentiamo il bisogno di fonderci fisicamente con un brand? Per avere cibo gratis, eccetera… ma non solo.
Viviamo in una società che ha progressivamente svuotato i grandi contenitori di senso – le comunità di fede salde, i legami di vicinato e i valori trascendenti – lasciando gli individui in un deserto relazionale. Quando l’identità interiore perde radici solide, la persona avverte un vuoto di riconoscimento. E in quel vuoto si inserisce il mercato, offrendo “stampelle” commerciali. Non consumiamo più semplicemente un prodotto per fame o per svago; avvertiamo il bisogno di indossarne il marchio sulla carne, di gridare al mondo a quale tribù economica apparteniamo pur di sentirci inclusi, protetti e visibili.

A chi appartiene il nostro spazio più intimo?
Davanti a file di giovani disposti a farsi marchiare per un coupon di cibo industriale, la riflessione per chi ha a cuore una visione cristiana e integrale dell’uomo si fa tagliente. La Scrittura ci ricorda che il corpo umano è uno spazio sacro, custode di una dignità che non ha prezzo e che non può essere svenduta alle logiche del profitto globale.
Eppure, a ben guardare, il punto non è solo il logo del fast food impresso su un avambraccio. Quella del “pollo fritto a vita” è solo la caricatura estrema di una tendenza molto più diffusa: quanti loghi invisibili ci portiamo addosso? A quali idoli, mode, ideologie o bisogni indotti affidiamo la nostra fedeltà quotidiana, marchiando il nostro tempo, le nostre scelte e le nostre energie?
La vera libertà, quella che ci interroga nel profondo, non consiste nel trovare un compromesso vantaggioso con le catene del consumo, ma nel riscoprire un’appartenenza che ci liberi dal bisogno di mendicare un’identità. Perché quando si sa di essere amati e custoditi da un Padre che dà valore a ogni singolo istante della nostra vita, non c’è più alcun bisogno di barattare la propria pelle per sentirsi finalmente qualcuno.
Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.
[Immagini: kmckaskle, Pixabay.com e rainews.it]







