Quando la vita torna a essere un abbraccio.
Cammini per la strada e senti solo rumore di ferraglia. Uno, dieci, cento catenacci che scattano insieme. Clac. Clac. Clac.
La gente ha paura e alza i muri, mette l’antifurto visto in TV, digrigna i denti, convinta che la ferocia sia sempre e solo un’invasione da fuori, la minaccia dello straniero o la sagoma che ti spaventa al buio. È la vecchia, tristissima legge della giungla, la giostra dell’Homo homini lupus.
Lo racconta Massimo Recalcati in un suo articolo su Repubblica qui, rievocando la lezione del lupo di Gubbio. Di fronte all’angoscia della città sbarrata, Francesco d’Assisi spiazza tutti: non impugna bastoni, non invoca leggi repressive, va dritto incontro al buio e chiama il mostro “frate lupo”. E quando gli chiede perché uccida, la bestia si confessa: “Perché ho fame”. Francesco non la giudica, non la punisce, non pretende di ammaestrarla. Ascolta quella fame disperata e stringe un patto d’alleanza, impegnando l’intera comunità a nutrirla per disinnescare la violenza.
Ci sono parole che pronunciamo così tante volte da dimenticare che sono state inventate per fare la rivoluzione. “Fratello” è una di quelle.
Nelle nostre comunità quel chiamarci ogni volta “fratello” e “sorella” non è una formula di cortesia, né una cantilena mandata a memoria per abitudine. È un vero e proprio sguardo radicale e sovversivo sul mondo. È la scelta ostinata di scardinare lo spazio angusto della paura e di comprendere che il lupo – con la sua avidità, la sua gelosia, la sua fame d’amore inascoltata – non sta solo oltre il confine, ma abita anche nelle stanze segrete del nostro cuore.
La paura, caro fratello e cara sorella, costruisce recinti ideali per proteggere i nostri piccoli egoismi, ma la grazia ha mani grandi e scardina ogni serratura.
Riconoscere la fame di senso che si cela dietro la ferocia dell’umano significa smettere di rispondere alla violenza con altra violenza. La fede non è un perimetro difensivo da proteggere dall’assalto degli altri, ma una responsabilità condivisa che ci obbliga a fare spazio all’incomodo, al diverso, all’inquieto.
Leggere il vangelo e tenere la porta sbarrata, non funziona. La salvezza non è un rifugio blindato per pochi, ma il tavolo di un banchetto apparecchiato per la fame di tutti.
C’è un’iperbole “amate i vostri nemici”. Se amo il nemico non è più un nemico e la porta blindata cede a questa ovvietà. E la vita, da agguato perpetuo che era, torna a essere un abbraccio.
Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.
[Immagine: ArienneThuringer, Pixabay.com]







