Carlos Roa. L’incredibile parabola tra calcio, fede e rinascita
25 Giugno 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Carlos Roa. L’incredibile parabola tra calcio, fede e rinascita
25 Giugno 2026

In queste settimane dal clima “mondiale”, ricordiamo la storia del portiere argentino diventato avventista.

Ci sono traiettorie umane capaci di superare persino le più avvincenti sceneggiature cinematografiche. Quella di Carlos Roa ne è l’emblema perfetto. Nato a Santa Fe nel 1969, il portiere argentino ha vissuto un’esistenza scandita da trionfi sportivi eccezionali, scelte radicali e drammatiche battaglie di vita.

Dopo gli esordi in patria con Racing Avellaneda e Lanús, segnati anche dal superamento di una grave forma di malaria contratta in Africa, Roa trova la propria consacrazione in Europa con la maglia del Maiorca, sotto la guida del tecnico Héctor Cúper. È il preludio al momento che lo consegnerà alla storia del calcio: i Mondiali di Francia ’98. Con la maglia dell’Argentina diventa un vero e proprio eroe nazionale negli ottavi di finale contro l’Inghilterra, quando neutralizza i calci di rigore di Ince e Batty, blindando una porta rimasta inviolata per tutta la fase a gironi.

All’apice del successo, nominato miglior portiere della Liga spagnola e corteggiato a suon di miliardi dal Manchester United di Alex Ferguson, Roa compie una scelta che lascia il mondo intero a bocca aperta. Mosso da una profonda vocazione spirituale legata alla Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, decide di ritirarsi improvvisamente dai terreni di gioco per dedicarsi alla preghiera, al volontariato e alla vita nei campi. Tornerà sui suoi passi solo un anno dopo, ma imponendo una condizione ferrea: non scendere in campo di sabato, giorno sacro per il suo credo. La sua scelta di fede gli ha valso anche il soprannome di “El Lechuga”, “Il Lattuga”. Era diventato vegetariano come lo sono molti avventisti.

L’ultimo e più severo ostacolo della sua vita si materializza però qualche anno più tardi, durante l’esperienza all’Albacete, quando gli viene diagnosticato un tumore. Una sfida che Roa affronta con lo stesso coraggio mostrato tra i pali, riuscendo a superare il male dopo oltre un anno di cure e interventi. Tornerà persino a giocare in patria, all’Olimpo, prima di ritirarsi definitivamente e intraprendere la carriera di preparatore dei portieri.

L’incredibile storia di Carlos Roa dimostra come, in fin dei conti, la fede non sia stata per lui un semplice limite o un ostacolo alla carriera, bensì la vera e propria “armatura” con cui affrontare la vita. In un mondo effimero come quello del calcio, Roa ha saputo rinunciare alla gloria terrena e ai contratti miliardari pur di rimanere fedele a Dio e alla propria coscienza. E proprio quella devozione incrollabile, tanto criticata e compresa da pochi, è diventata la sua roccia più solida, la forza che gli ha permesso di rialzarsi nei momenti più bui. La sua storia ci ricorda che i successi sportivi svaniscono, ma è la ricchezza interiore a renderci davvero completi.

Jonathan Di Maggio
[Fonte e foto di copertina: goal.com, Getty Images]
[Foto interna: thesefootballtimes.co su goal.com]

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