Adrian Bocaneanu – Il dott. Delbert Baker è pastore, scrittore, insegnante ed ex presidente della Oakwood University di Huntsville, in Alabama, un’istituzione di istruzione superiore della Chiesa avventista storicamente nera. La conversazione con il dottor Baker si è svolta a Nairobi, in Kenya. Dato che il Kenya è il Paese dei maratoneti, gran parte della discussione riguardava le gare a cui ha partecipato e i suoi straordinari risultati.

Adrian Bocaneanu: Dott. Baker, desideravo incontrarla da lungo tempo. È molto interessante che questa opportunità non si sia presentata in America, ma qui, in Kenya. Di solito inizio le conversazioni con i miei ospiti parlando della loro vita dagli inizi. Questa volta, però, vorrei cominciare da questo nuovo punto di partenza per lei, poiché ha recentemente accettato l’invito di essere il presidente dell’Università Avventista dell’Africa (Aua). Mi racconti di questo nuovo inizio. Credo che questo sia il suo primo incarico all’estero, giusto? 
Delbert Baker: È vero! Questo è il mio primo incarico all’estero, ma sono stato in Africa probabilmente trentotto volte. Ho visitato più di trenta Paesi del continente nel corso dei miei 40 anni di ministero. La prima volta che sono venuto ero pastore a Dayton, in Ohio (Stati Uniti). Ho sempre voluto andare in Africa. In effetti, avevo messo una grande mappa dell’Africa sul muro della mia camera da letto dicendo: “Signore, voglio andare in Africa, voglio andare in madrepatria, voglio andarci”. E Dio ha risposto alle mie preghiere nel 1987, quando ho ricevuto una chiamata dallo Zimbabwe.

Più tardi, quando ero redattore del Message, una rivista avventista pubblicata dalla Review and Herald Publishing Association di Hagerstown, ho avviato un programma chiamato “Message to Africa”, in cui abbiamo collaborato con scrittori africani e spedito in giro trecentomila copie nel continente. Dopo aver lasciato la rivista Message, ho lavorato per circa un anno presso l’Ellen G. White Estate, presso la Chiesa mondiale, e anche lì ho lavorato a stretto contatto con argomenti relativi a Ellen White e ai neri nel sud degli Stati Uniti e nel mondo.

A. B.: Interessante. 
D. B.: Sono rimasto lì solo per un breve periodo di tempo perché il dott. Lyn Behrens, presidente della Loma Linda University, mi chiamò e mi chiese di trasferirmi alla Loma Linda.

A. B.: Hai avuto l’opportunità di andare in Africa mentre lavoravi alla Loma Linda? 
D. B.: Sì, ho fatto molti viaggi allora. Poi, dopo Loma Linda, sono andato direttamente alla Oakwood University e nei quattordici anni trascorsi lì sarò andato in Africa probabilmente dieci volte. Questo ci porta al punto di partenza. Dopo Oakwood, sono andato presso la sede della Chiesa mondiale per cinque anni. Dopodiché, mia moglie ed io ci siamo chiesti dove avremmo voluto andare dopo questa esperienza. Avevamo molte opzioni, ma l’appello dell’Università Avventista dell’Africa aveva una vocazione speciale per noi.

A. B.: Mi hai raccontato brevemente una storia sul posto in cui ci troviamo in questo momento. Ti piacerebbe condividerla con noi? 
D. B.: Mia moglie e io stavamo visitando il continente, tenendo workshop e degli incontri. Eravamo a Nairobi e abbiamo sentito parlare del sogno che avevano i dirigenti della Chiesa avventista, Jan Paulsen, Matthew Bediako, Bob Lemon, Jeffrey Mbwana e Blasius Ruguri, di aprire un seminario avventista in Africa. Quindi, ho detto: “Questa cosa è molto intrigante”. Ero molto coinvolto e quindi siamo andati a visitare il sito. Era il 2004 o il 2005.

A. B.: All’epoca eri il presidente della Oakwood University. 
D. B.: Sì. Siamo arrivati da Nairobi e in quel periodo, la Maxwell High School era qui con i Masai, e stavano costruendo gli uffici della Regione Africa centro-est della Chiesa. Siamo andati nel posto dove si trova l’amministrazione dell’Università Avventista dell’Africa. Ho guardato in giro e ho detto a mia moglie: “Se c’è un motivo per cui lascerei la Oakwood University, sarebbe per venire qui a prendere parte a questo progetto”.

A. B.: Fantastico!
D. B.: E non sapevo che qualche anno dopo sarei stato qui. Il mio ministero è sempre stato legato all’Africa. Nel 1988, Neal Wilson, all’epoca presidente della Chiesa avventista mondiale, sognava di tenere per la prima volta il Consiglio annuale nel continente africano. Che si è poi svolto a Nairobi, in Kenya. In quell’occasione mi chiese di fare uno studio speciale sul lavoro missionario avventista in Africa, un argomento al quale mi ero già avvicinato quando lavoravo come direttore della rivista Message. Wilson mi chiese anche di scrivere un libro sulla vita di Samson Kisekka, il primo ministro dell’Uganda e avventista del settimo giorno. Abbiamo intitolato il libro Dall’esilio a primo ministro. Nel 1988, Neal Wilson, Ted Wilson, William Johnsson, io e altre due persone abbiamo scalato il Kilimangiaro. Vi dico tutto questo per dimostrare che il mio punto di partenza presso l’Università Avventista dell’Africa (Aua) è stato plasmato dai miei frequenti viaggi nel continente africano.

Nel 2015, ero in un periodo di transizione e cercavo di capire quale strada intraprendere, perché avevo diverse opzioni di lavoro negli Stati Uniti e anche un paio di offerte all’estero. Ho poi saputo che c’era questa scuola dove Brempong Antwi aveva fatto un ottimo lavoro come direttore ma aveva deciso di andarsene; quindi, mi hanno chiesto di prendere in considerazione questo incarico. Ho risposto di sì. In quel momento ho ricordato quanto avevo detto molti anni prima, che sarei potuto tornare in questo posto.

Tuttavia, devo confessare che è stata una decisione difficile perché abbiamo dovuto lasciare gli Stati Uniti, la nostra casa e tutto ciò che conoscevamo per trasferirci in un altro Paese. Ma io e mia moglie abbiamo detto: “Qui è dove il Signore ci sta guidando”. Sono un uomo forte che crede nella provvidenza, cioè nella guida di Dio in tutto ciò che facciamo, perciò ho detto: “Signore, abbiamo pregato per questo; quindi, questa deve essere la tua volontà”. Ed è stato il mio punto di partenza, siamo venuti e le persone sono state così accoglienti. Ora, un anno dopo il nostro arrivo in questo luogo, siamo convinti che essere qui fa parte del piano di Dio per noi.

A. B.: Questo è  un nuovo punto di partenza della tua vita. Quali obiettivi vuoi raggiungere qui all’Aua durante il tuo mandato? 
D. B.: Ricordo quando andai per la prima volta alla Oakwood molti anni fa, nel 1996. Le persone mi chiedevano quale fosse la mia impressione dell’Università. Ho imparato allora quello che ho messo in pratica anche adesso, di non arrivare rapidamente a una conclusione, di non avere fretta. Quindi, per rispondere alla tua domanda, arrivato all’Aua, il mio obiettivo è guardare, ascoltare, imparare e poi guidare. Quindi ho deciso di osservare semplicemente tutto, proprio come fece Neemia quando tornò a Gerusalemme. Ho guardato, ascoltato le persone e ho parlato con loro. Mi sono seduto e ho parlato con ogni docente, ogni membro del personale, indipendentemente dalla loro posizione.

Ho parlato con tutti i membri del Consiglio universitario, gli officer della Regione Africa centro-est e anche con Marc Nelson, preside della Maxwell High School. Ho parlato con tutti, per chiedere: “Qual è la vostra prospettiva su questa università? Come vedete la scuola? Quali sono le esigenze, le sfide e le opportunità specifiche legate a questa istituzione educativa?

Tutti sono stati molto gentili e disponibili nel darmi le informazioni che volevo, e ora sono al punto in cui posso iniziare a concettualizzare meglio gli obiettivi per la nostra università. La scorsa settimana abbiamo tenuto un ritiro di un giorno al Parco nazionale di Nairobi. Abbiamo passato tutto il giorno a fare brainstorming su come i docenti e il personale vedono la scuola. Ora posso dire che abbiamo raggiunto una prospettiva ampia che sta prendendo forma e diventando più chiara nella mia mente. Tuttavia, piuttosto che cercare di dire esattamente di cosa si tratta, dirò questo: abbiamo molti valori. La mia priorità è costruire relazioni. Vorrei che l’Aua fosse uno dei posti migliori in cui una persona possa lavorare.

Ho deciso di raccogliere fondi per l’università e Dio l’ha già reso possibile in modi piuttosto straordinari. Prima di partire per l’Aua, sono passato da due miei amici negli Stati Uniti, una coppia ultraottantenne che vive nel sud e già donatori per l’Università Oakwood, perché volevo parlare con loro dell’Aua. Sono andato una domenica, avevo con me il mio computer e ho mostrato loro una presentazione in power point sull’Aua. Alla fine della presentazione, ho detto che volevamo creare delle borse di studio e far conoscere la scuola nella zona. Il mio amico mi ha subito chiesto: “Cosa possiamo fare per te?”. E sono rimasto un po’ sorpreso che fosse così disponibile.

Mi aveva già aiutato in precedenza, ma ho pensato che forse avrei dovuto chiedere una piccola somma di denaro. Poi ho visto che Dio era alla guida del nostro incontro e ho sparato una grossa cifra. Non lo dimenticherò mai. Sua moglie, che è una donna meravigliosa, mi ha detto: “Oh, dott. Baker, mio marito mi dà un po’ di soldi che posso utilizzare per progetti meritevoli. Mi piace questo progetto. Vado subito a scrivere un assegno da 100.000 dollari. Quindi, è saltata in piedi ed è corsa a prendere il suo libretto degli assegni.

Allora ho detto a suo marito: “Forse potresti donare questa cifra ogni anno, dato che sarò lì per cinque anni…”. Il mio amico ha ascoltato e poi ha risposto: “Beh, Delbert… non prendo impegni, considerando la mia età. Ma cosa ne pensi se oggi ti firmo un assegno da 500.000 dollari?”. “Lode a Dio! Che benedizione meravigliosa!” ho detto. Poi lui ha preparato l’assegno.

Questa è la prima volta che lo dico pubblicamente in un contesto come questo, ma questa benedizione dimostra che Dio è coinvolto nel progetto. Quando siamo andati via, io e mia moglie ci siamo fermati sul ciglio della strada e abbiamo pregato. Poi ho tirato fuori gli assegni per assicurarmi che fossero validi (e lo erano), così abbiamo potuto iniziare il programma di borse di studio per gli studenti.

La maggior parte del denaro viene destinato alle borse di studio, perché vogliamo portare all’Aua studenti provenienti da Paesi che qui non sono rappresentati. Abbiamo studenti di circa trenta Paesi, ma una ventina di nazioni africane non sono rappresentate all’università. Quindi vogliamo invitare gli studenti a venire e aiutare gli studenti privi di mezzi.

Desideriamo anche creare un’infrastruttura solida e funzionante. Quindi vorremmo svolgere un lavoro assertivo e deciso con la didattica online. Visto che l’Università Aua serve le tre Regioni avventiste del continente, probabilmente alcune persone non possono venire qui ma, se offriamo un programma di istruzione online buono e forte, possono seguirlo ovunque si trovino.

Vogliamo quindi sviluppare nuovi programmi accademici. Ad esempio, un dottorato in leadership, anche se è un grosso problema perché l’Aua offre solo corsi di laurea. Ma vogliamo dare il meglio.

Si tratta di formare uomini e donne per il ministero nel continente. Nei dieci anni di esistenza, l’università ha rilasciato circa 450 lauree. Ora queste persone lavorano nei vari livelli della Chiesa avventista (mondiale, regionale, nazionale, locale), contribuendo così all’avanzamento della missione. E di questo lodo Dio.

A. B.: Anche se non ci piace dirlo, l’istruzione costa. Ora hai la responsabilità finanziaria di un’università e di molti studenti. Oltre a visitare amici generosi, cos’altro fai per raccogliere fondi per l’istruzione? 
D. B.: Corro maratone. Ho iniziato nel 1988. Ho corso 54 maratone in totale. Il mio obiettivo era correre in ciascuno dei 50 stati degli Usa, ma finora l’ho fatto solo in 36. Ho ancora un po’ di cose da fare. Quando ero a Oakland, mi sono posto l’obiettivo di correre maratone in tutti e 7 i continenti e così ho raccolto i fondi.

A. B.: Come si raccolgono soldi partecipando alle maratone, sapendo che si deve pagare una quota e ci sono un bel po’ di altre spese? 
D. B.: Ecco un grande principio per i tuoi lettori: penso che chiunque abbia un progetto e un sogno possa realizzarlo con l’aiuto di chi ci circonda. Il mio sogno era raccogliere fondi, volevo essere d’aiuto e dare il buon esempio agli studenti. Sapevo di avere fondi limitati. Mia moglie mi ha detto: “Delbert, se hai intenzione di diventare abbastanza pazzo da fare maratone correndo 42 chilometri, è una lunga distanza,…”.

A. B.: Come fisioterapista, immagino che non approvasse il fatto che tu corressi una distanza così lunga.
D. B.: Sapeva che mi piaceva, quindi ha continuato: “… almeno raccogli soldi mentre lo fai!”.

A. B.: Come sei riuscito a raccogliere soldi? 
D. B.: Ho contattato il reparto sviluppo della Oakwood University. Mi hanno detto che avremmo avuto degli sponsor. Per ogni miglio che corro, la gente paga. E tutti i soldi vanno alla scuola. Sapevo anche che Oakwood avrebbe potuto non essere così entusiasta all’idea di spendere per farmi volare in giro per il mondo a correre maratone. Quindi, ho risolto il problema grazie all’Ospedale avventista in Florida. Ho chiesto loro: “Se corro con il vostro logo “Creation Health”, pagherete le spese?”. E loro hanno accettato. Così, ho indossato il loro logo e hanno pagato per tutte le mie gare. Non sono andato a scuola per chiedere aiuto e ho dato il buon esempio. Abbiamo un gruppo di studenti nel campus che prepariamo ogni anno e che correranno con me e saranno dei modelli. Abbiamo cercato di dare l’esempio al campus.

Ricordo la prima gara in cui ho raccolto 3.000 dollari. Ho pensato: “Posso raccogliere fondi in questo modo”. Quindi, siamo saliti a 10.000 dollari. Poi un’azienda ci ha sponsorizzato con 1.000 dollari per miglio corso, 26.200 dollari per una maratona. Ho cominciato a correre per i continenti. Sono stato in Australia, Europa e Africa; poi in Sudamerica, a Santiago del Cile.

A. B.: Lì eri ad alta quota. Hai sentito qualche differenza? 
D. B.: Certo, l’altitudine fa una grande differenza. Ho dovuto prepararmi in maniera diversa secondo il tipo di gara. Poi ho capito che avrei dovuto correre in Antartide. Sulla strada per il polo, il “fondo” del mondo, sono passato da Santiago, da Viña del Mar, e poi una settimana dopo, ho corso al Polo Sud.

Sono arrivato a un punto in cui correvo così tante maratone che potevo farne più di fila. Potevo correre due maratone in una settimana. Era diventato quasi naturale per me. Il mio anno migliore è stato il 2008, quando ho partecipato a tredici maratone. Non è mai accaduto di nuovo, né prima né dopo, ma allora ne ho fatte così tante. In quell’anno penso di aver raccolto circa 200.000 dollari.

Alla maratona del Polo Sud, sempre nel 2008, ho raccolto 85.000 dollari e ho pensato: “È fantastico!”. Poi ho corso in tutti e sette i continenti. Ma qualcuno mi ha detto: “Per essere davvero bravo e fare il record definitivo, devi fare il Grande Slam: la maratona del Polo Nord”. L’Artide non è un continente e la maratona si svolge su una lastra di ghiaccio che rimane solida solo tre mesi all’anno.

A. B.: Avevo letto della tua partecipazione alla maratona del Polo Nord e ho pensato che fosse un errore perché mi chiedevo come si potesse correre lì. 
D. B.: È molto costoso. Ti portano a Longyearbyen, sulle isole Svalbard in Norvegia. E poi da lì, salti su un aereo speciale che ti deposita su quella lastra di ghiaccio. L’abbiamo fatto all’inizio di dicembre e in fretta perché a gennaio il ghiaccio inizia a rompersi e si scioglie.

Hanno un percorso di circa 6,5 km e si corre per 42 km. È stata la maratona più dura di tutte. Avevo quasi le allucinazioni a causa del freddo. La temperatura era di 32 gradi sottozero e ho cominciato a vedere delle cose. Credevo di aver visto angeli e cavalli, pensavo persino di aver visto mia moglie. Quindi, sapevo di avere le allucinazioni. Ma è stata una gara incredibile.

Ma più impressionante della mia partecipazione a questa maratona è stato il fatto che lì c’era un inglese, Oscar, che aveva combattuto nella guerra delle Falkland e aveva perso la vista. Il suo Big Hairy Audacious Goal, o “voce” della “lista dei desideri”, era quello di correre al Polo Nord. Un amico lo ha accompagnato e hanno corso insieme. Ho una foto di loro due legati da una corda, alla cui estremità si teneva il cieco, ed è così che hanno completato la gara. Sono stato molto colpito; se può farlo lui, chiunque potrebbe e dovrebbe farlo.

Il past. Mark Finley mi ha detto: “Delbert, quando fai tutte queste gare, specialmente al Polo Sud e al Polo Nord, dovresti finire con la Bibbia”. Mi ha detto di portare la Bibbia con me e, se guardate l’immagine nella rivista Adventist Review di quando sto correndo al Polo Sud, ho in mano una Bibbia.

Riassumo dicendo che il ministero è come un’avventura. Il mio ministero è stato un’avventura. Quando Cristo parlò a Nicodemo, gli disse: “Lo Spirito Santo è come il vento, nessuno sa dove viene o dove va”. Penso che la nostra vita sia così, e se la viviamo in Cristo e confidiamo in Dio, egli ci porterà dove vuole che andiamo.

A. B.: Questa è la migliore conclusione della nostra conversazione e vorrei aggiungere che non vedo l’ora di intervistarti di nuovo! 

Nota: questa è la trascrizione di un’intervista televisiva di Adrian Bocaneanu, trasmessa su HopeTV Romania, modificata per brevità e chiarezza. Puoi guardare l’intera intervista cliccando qui.  

[Fonte: st.network. Traduzione: V. Addazio] 

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