Elementi per una teologia avventista
25 Settembre 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Elementi per una teologia avventista
25 Settembre 2026

Non enunciare solo ciò che la Bibbia dice ma svolgere un’opera di intermediazione. 

Una teologia realmente cristiana e avventista pone Cristo come suo punto principale di riferimento, come suo fondamento e traguardo; Cristo così come oggettivamente è presentato nelle Scritture sacre – tutte le Scritture – sia nel Nuovo sia nell’Antico Testamento; un Cristo che si rivela e opera attraverso tutta la storia della salvezza, dalla creazione alla nuova creazione: un Cristo, per dirla con l’Apocalisse, che unisce in sé sia l’amore e l’umiltà dell’agnello sacrificale, sia la maestosità e la forza del “leone di Giuda” (Ap 5:5,6), non come qualità schizofrenicamente contrapposte ma come espressioni della ricchezza armoniosa di Dio.  

Questo significa innanzitutto che l’Antico Testamento – pur nei limiti della sua storia e delle sue funzioni specifiche – è a tutti gli effetti da considerare come un testo cristiano, sia perché anch’esso è testimonianza che viene da Cristo ma anche perché è testimonianza su Cristo (Gv 1:18; 5:39).

Ma significa anche che tutta la Bibbia va compresa alla luce di Cristo. La fede biblica è frutto di una rivelazione di Dio che si sviluppa nel tempo, anche quindi in mezzo al dramma e alle contorsioni della storia umana, ma sempre perseguendo un fine chiaro, coerente e positivo che è quello della felicità vera e duratura delle sue creature. Cristo ne è testimonianza e garanzia. La teologia avventista ha il compito di esplicitarlo e onorarlo.  

Espressione della fede di una comunità 
Ogni teologia, per quanto obiettiva cerchi di essere, risente sempre di una qualche soggettività. Questo avviene perché chi la sviluppa non può partire che da ciò che egli è, e vedere anche la realtà della rivelazione biblica dal suo punto di vista.

Tale inevitabile diversità ha il merito di consentire la crescita comune, ma comporta anche il rischio di distruggere l’armonia della fede e l’unità della chiesa. È questo un rimprovero che i cattolici facilmente fanno (o facevano) ai protestanti propugnatori del libero esame. Di fronte a questi pericoli c’è bisogno, da una parte, di una necessaria umiltà di fronte al testo biblico chiamato continuamente a giudicare il nostro pensiero, e dall’altra della consapevolezza che la fede cristiana, per quanto rispettosa della libertà del singolo, si esprime e vive nell’ambito di un’esperienza comunitaria che incarna il “corpo di Cristo”. Il teologo avventista non è isolato ma vive in rapporto perenne con la società e l’insieme del mondo dei credenti, in un rapporto sincronico e diacronico.

Questo rapporto è essenziale per trarre vantaggio dalla saggezza e dalle esperienze altrui, come anche per ricevere stimoli alla riflessione e per dialogare con gli altri. Altrimenti si rischierebbe di crearci un mondo chiuso condannato all’inutilità e nel perenne pericolo della presunzione e dell’orgoglio. Lo studioso avventista terrà quindi presente i grandi sviluppi della comprensione della fede nell’ambito della storia della chiesa cristiana in generale, ma anche – e con particolare attenzione – della realtà ecclesiale specifica della propria chiesa, per quella che è la sua vocazione specifica, la sua autocomprensione, la sua fede comunitariamente accolta.

Un teologo avventista coerente guarderà sempre con rispetto e amore a ciò che i propri fratelli hanno prodotto nel passato e altrove, e solo dopo avere compreso il loro contributo, potrà offrire soluzioni e prospettive anche diverse e (forse) più avanzate e migliori. Alla ricerca di saggezza e sostegno, cercherà anche nei pozzi della sua comunità prima di rifornirsi alle cisterne altrui. Come scrive Ellen White, “Dio ha una chiesa […]. Egli non sta guidando propaggini vaganti ognuno per conto proprio, uno qui e uno là. Egli sta guidando un popolo”.[1]  

Dio all’uomo, l’uomo a Dio  
La teologia avventista, come ogni vera teologia biblica, non può limitarsi a elencare ciò che la Bibbia dice ma deve realizzare anche un’opera di intermediazione traducendo il linguaggio del testo sacro in modo che acquisti senso e valore anche per il lettore moderno senza mutarne o abbandonarne la sostanza. In un certo senso, sviluppa il concetto di incarnazione portando Cristo in mezzo agli uomini là dove sono, nella loro cultura, nei loro bisogni, nel loro peccato. Ma Cristo non diventerà mai peccato: egli rimane figlio immacolato di Dio e traguardo verso cui l’uomo deve rivolgersi per essere trasformato a sua immagine.

Cristo, pur nella sua vicinanza, deve rimanere sempre anche altro per portarci in alto verso traguardi migliori. Questo significa che la teologia avventista, opererà perché l’umanità tutta possa comprendere e amare il messaggio biblico, non per adeguarlo ai valori negativi della sua cultura e a bisogni personalistici, ma perché acquisti forza e diventi desiderabile realizzando la sua potenza trasformatrice.

Essa potrà di volta in volta sottolineare aspetti più significativi del messaggio cristiano e biblico, ma rimarrà sempre entro il quadro di riferimento della rivelazione e non perderà mai il senso della sua completezza ed eternità. Altrimenti diventerebbe pura sociologia o filosofia. La nostra ricerca del Dio biblico comporta la ricerca anche dell’uomo: “Ama il tuo Dio-Ama il tuo prossimo”, ma sa che solo davanti a Cristo e con Cristo l’uomo trova veramente se stesso e il senso bello e felice della sua vita. 

Rilevanza pratica
In pratica cosa significa tutto questo? Non mi è possibile esemplificare ogni possibile ricaduta sul nostro modo di fare teologia e di vivere la fede, ma ce ne sono tanti. 

In alcune parti del mondo stiamo vivendo come una crisi di identità. Siamo a volte combattuti tra la necessità conservatrice di mantenerci ancorati ad elementi più o meno forti della nostra fede, e la necessità di crescere, di aprire il cuore, la mente e la vita a nuove possibili comprensioni, linguaggi, testimonianze.

Tra l’immobilismo e il cambiamento fine a se stesso o solo per cedere alle pressioni del nostro mondo, credo che rimanga sempre il punto fermo della centralità di Cristo in tutte le Scritture, e la missione che ci è stata affidata e che costituisce il nostro motivo di esistere come comunità di fede. La giusta valorizzazione e comprensione delle Scritture può permetterci di andare avanti senza paura di smarrire la strada. 

Seconda parte dell’approfondimento a cura di Giovanni Leonardi, pastore emerito, già insegnante di teologia. La prima parte si può leggere qui.

Note
[1] E.G. White, “Lettera scritta dalla Nuova Zelanda”, il 23 marzo 1893. 

[Immagini: Stephanos Evangelou e Bialasiewicz, Dreamstime.com]

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