Il lavoro non è uno strumento di dominio
10 Giugno 2026

A cura della redazione della rivista Il Messaggero Avventista.

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Il lavoro non è uno strumento di dominio
10 Giugno 2026

Caporalato, una catena da spezzare insieme, ora.

Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, poche ore prima della Festa della Repubblica del 2 giugno hanno ammazzato quattro braccianti agricoli che raccoglievano fragole.

La loro colpa? Pretendere la dignità, un contratto e un giusto salario. I caporali hanno emesso la sentenza: condanna a morte.

Ad Amendolara non hanno ucciso solo dei lavoratori ma anche lo Stato, la Repubblica e la sua Costituzione che abbiamo tutti celebrato pochi giorni fa sotto le frecce tricolori.

“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, è la prima frase della nostra Carta. Poche pagine dopo, all’art. 36 è esplicito il richiamo al diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente.

Nel nostro Paese, da dieci anni, vige una normativa anticaporalato: la Legge 199 del 2016 che, tra le altre cose, punisce chi recluta illegalmente lavoratori, chi li sfrutta direttamente, chi trae indirettamente beneficio da questo sfruttamento.

Non essere pagati, o essere retribuiti poco, non essere tutelati dai dispositivi di sicurezza, non avere condizioni di vita e alloggio dignitosi né orari di lavoro consoni, sono tutti reati perseguiti dalla legge. Eppure, si continua a morire.

Il caporalato che miete vittime colpisce i meno garantiti dal sistema, coloro che non hanno altre possibilità per vivere se non quella di accettare di essere sfruttati. Una forma, neanche troppo zuccherata, di schiavitù.

Non è solamente un segno dei tempi che viviamo, è un tratto distintivo dell’azione del Male nella relazione tra esseri umani, ed è così dalla notte dei tempi.

Nelle Scritture troviamo richiami, principi e comandamenti che sono espressioni della volontà divina e che normano i rapporti di lavoro: “…non opprimerai il lavoratore salariato povero e bisognoso…” (Deuteronomio 24:14-15), e ancora “… il salario dei lavoratori che hanno mietuto i vostri campi e che voi avete frodato grida” (Giacomo 5:4).

Non c’è davvero nulla che possa mitigare lo sdegno e il dolore di fronte all’ennesima strage costata la vita ai quattro braccianti di Amendolara; sono ricordati, sono pianti ed è forte il cordoglio e la protesta di un’intera comunità cittadina.

Sarà così fino al prossimo omicidio, fino alla prossima testa che si alzerà oltre le fragole, i pomodori o le arance, e chiederà riposo, acqua o dignità.

Arriverà un nuovo Primo Maggio in cui ricordarli, ma la catena non si spezzerà finché tutti non decideremo, Bibbia, Costituzione o legge alla mano, che adesso basta.

Marko Hromiš

[Immagine: TRAPHITHO, Pixabay.com]

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