Tra le storie di vita e umanità dei fuoriclasse dello sport troviamo anche il protagonista del racconto “Il giocatore errante”.

Samuele Barletta/Notizie AvventisteStefano De Simone, giovane della chiesa avventista di Asti e giocatore di calcio a cinque, è stato l’ospite speciale alla presentazione del libro Campioni Oltre, organizzata giovedì 2 dicembre presso il centro sociale FuoriLuogo della città piemontese. Curato da Luca Borioni per la Neos Edizioni, il libro raccoglie 16 storie di vita e umanità di grandi campioni dello sport, da Nadal a Maradona, da Agassi a Totti, da Alberto Tomba a Didier Drogba. Ma all’inizio è stata scelta la storia di De Simone, un giovane sportivo non celebre. La sua esperienza ha catturato l’attenzione del giornalista Carlo Morizio che ha scritto il racconto “Il giocatore errante”.

Stefano ama viaggiare non per fare turismo ma per conoscere il mondo e le persone di tutte le culture. Per questo i suoi viaggi in Asia, America, Africa, a volte della durata di sei mesi, non venivano organizzati, ma di giorno in giorno, erano le persone che incontrava, le indicazioni e disponibilità che riceveva, a determinare il suo tragitto, regalandogli delle esperienze di vita indimenticabili, di quelle che lasciano il segno.

E quando le distanze linguistiche si facevano proibitive, bastava un pallone per creare subito amicizie con un linguaggio, quello del gioco e dello sport, davvero universale, con risvolti inimmaginabili: dalla partita con i monaci buddisti, al diventare il prima atleta bianco in una squadra di Zanzibar, ecc.

A margine della presentazione del libro, abbiamo rivolto alcune domande a Stefano De Simone

Samuele Barletta: Cosa ti spinge a intraprendere lunghi viaggi nei vari continenti? Cosa cerchi e cosa effettivamente trovi e porti con te da ogni viaggio? 
Stefano De Simone: Sono sempre stato affascinato dal diverso, da quello che non conoscevo. Mi ha sempre mosso una grande curiosità nei miei viaggi, avevo bisogno di sapere come vivevano la quotidianità le persone con culture molto diverse dalla nostra. Il motivo di averlo fatto per lunghi periodi è perché credo che il tempo sia fondamentale per capire e calarti veramente in una nuova nazione. Non lo si può fare nelle sole due settimane all’anno di ferie.
Quello che cerco adesso è il calore umano, quella voglia di condividere con lo straniero le proprie radici e idee e vedere che le frontiere e i confini esistono sulle cartine e non nella realtà. Quello che mi sono sempre portato a casa a ogni mio ritorno è stata una grande scorpacciata di umanità e fratellanza.

S. B.: Quali sono stati gli incontri più significativi che hai avuto durante i tuoi viaggi? Quale segno ti hanno lasciato? Raccontaci… 
S. D. S.: Ci sono due persone che fondamentalmente hanno “cambiato” la mia vita e il mio modo di vedere le cose: il primo è Abdullah in Marocco, il secondo è Daniel in Tanzania.
Abdullah mi ha ospitato a casa sua e dalla sua famiglia mentre io non avevo un soldo per problemi con la mia carta di credito. Puzzavo, ero sporco e non sapevo dove andare, dove mangiare e dove dormire. Lui mi ha visto tirare un calcio ad un Bancomat e chiedermi quale fosse il problema. Una volta capito lui mi ha semplicemente detto di andare a casa sua finché non avessi risolto il problema, perché per un musulmano la prima regola è aiutare chi ha bisogno. Sono stato suo ospite per quattro giorni, sono stato trattato come un figlio e non ha voluto nulla in cambio. Mi ha salvato la vita e ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Alla mia domanda “Come hai potuto portarmi a casa tua e fidarti di me visto le condizioni in cui mi trovavo?”, lui mi ha risposto: “Quando tu hai un cuore buono, Dio mette sulla tua strada solo persone con il cuore buono, per questo non avevo dubbi su di te”. Mi domando: in Italia, anche tra cristiani avventisti, quanti di noi lo avrebbero fatto?

Daniel, invece, è il mio “fratello di madre diversa”, l’ho conosciuto in Tanzania e mi ha ospitato a vivere nel suo villaggio Masai insieme alla sua famiglia. È stata la più grande lezione che abbia mai avuto sull’amore incondizionato. Sono stato trattato come uno di loro. Fin dal primo giorno mi è stata riservata la capanna più bella e il capo villaggio mi riservava le migliori attenzioni. Questa storia merita un capitolo a parte ed è difficile riassumerla in poche righe.

S. B.: I tuoi viaggi sono all’insegna dell’autenticità, dell’umanità e in un certo senso anche della spiritualità. In che cosa o dove hai scorto in particolare la presenza di Dio? In che modo queste esperienze hanno plasmato il tuo rapporto con Dio? 
S. D. S.: Dio è stato presente e fondamentale in ogni mio viaggio. Fin dalla mia prima esperienza all’estero ho sempre sentito la sua vicinanza, vuoi forse perché in quei momenti ne hai più bisogno che nella quotidianità, ma lui è sempre stato con me, e credo fortemente di averlo incontrato personalmente in alcune occasioni. C’è una esperienza in particolare in cui Dio mi ha proprio parlato sul serio ed è stato il giorno in cui mi ha risposto sulle montagne dell’Himalaya. Non ero allenato per questo trekking, non avevo la minima idea di cosa mi aspettasse lassù. I primi giorni sono stati i più duri, dovevo prendere il ritmo e abituarmi a questo nuovo stile di vita. Al terzo giorno ho avuto i primi cedimenti fisici. Camminavo con affanno e facevo fatica a respirare stando già così a basse altitudini, figurarsi quando sarei arrivato a 4.000 metri. Oltre a questo non avevo ancora trovato nessuno durante il cammino e con la mia guida non era ancora scattato il feeling che poi abbiamo trovato successivamente.

Mi sono ritrovato davvero a provare la solitudine e a parlare tanto con me stesso; mi dicevo che non ce l’avrei mai potuta fare e l’idea di mollare stava prendendo piede dentro di me. Mollare era praticamente impossibile perché ero troppo lontano dal punto di recupero con l’elicottero e avrei dovuto fare tutta la strada a ritroso a piedi ovviamente. Ero nel momento peggiore e ho chiesto a Dio una mano, un aiuto perché da solo non ero così sicuro di farcela. Ho chiesto alla mia guida di fermarci per una pausa e proprio in quel momento ho sentito dietro di me delle voci. Le prime persone che ho incontrato dopo tre giorni ho scoperto che erano sette pastori protestanti provenienti dall’America, che si erano trovati proprio per fare la tappa in cui io mi stavo prendendo una pausa. Parlando, ho raccontato la mia storia, il viaggio che avevo intenzione di portare a termine e che sono avventista. Loro, entusiasti della cosa, hanno deciso di pregare per me e ci siamo ritrovati abbracciati insieme, davanti alle montagne più belle del mondo, a pregare lo stesso Dio. È stato un momento che definire emozionante è dire poco e solo a ripensarci mi viene la pelle d’oca. Poi le nostre strade si sono divise ma dentro di me qualcosa era cambiato, non mi sentivo più stanco e non avevo più mal di testa… Il mio corpo si era letteralmente riacceso e da quel momento volavo letteralmente sui sentieri e sono arrivato in cima senza problemi e senza mai stare male, incontrando sul percorso altre persone incredibili.

Tutti quanti cerchiamo delle risposte, un segnale che esista qualcosa di più oltre a noi. Ecco su queste montagne quel “Qualcuno” mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha detto: “Dai non è così dura come credi, puoi farcela”. Qualcuno potrebbe pensare che sia solo una coincidenza, che questa storia non significhi nulla, che non esista nessun Dio. Per me non credere in Gesù era impossibile già prima di questo trekking, figuratevi adesso.

I diritti d’autore del libro Campioni Oltre saranno devoluti alla Insuperabili Onlus, associazione che cura 17 scuole calcio per atleti con disabilità sul territorio nazionale e ha come testimonial Giorgio Chiellini, calciatore della Juventus e della nazionale italiana.  

[Foto: Stefano De Simone]

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