Articolo a cura di Luigi Caratelli

L’ingombrante profetessa
Mi piacerebbe trattare un argomento di attualità nella chiesa mondiale. Mi riferisco a un punto spinoso dell’avventismo: il posto che Ellen White ha nella nostra teologia.

Un mio carissimo amico, immaginando una ipotetica linea di demarcazione, mi diceva che non esiste solo l’errore di collocare al di sotto di tale tracciato l’esperienza di E. White, misconoscendone il dono e i requisiti allegati, ma esiste anche l’errore opposto: considerarla come «la sorella di Dio».

È naturale che a una esagerazione si reagisca, spesso con decisione. Anzi, è giusto farlo. L’importante è non cadere nello stesso errore di colui che critichiamo: esagerare in senso opposto.

Dove collocare Ellen White
La «linea» temporale ed esperienziale nella quale il Signore ha collocato la sorella White non è scelta a caso. Non è neppure soltanto il frutto dell’azione e della riflessione teologica della chiesa: Dio ha voluto così, e noi dobbiamo solo capire il perché, evitando la disgraziata esperienza di saltare inappropriatamente sia al disotto che al disopra di tale «linea» di demarcazione. In sintesi: non è saggio imbastire teologie in risposta alle esagerazioni. Si è esagerato nel collocare erroneamente E. White rispetto al disegno di Dio, ma il problema è in chi ha esagerato, non in E. White, e tantomeno in Dio.

Propongo un azzardo, anch’esso da sottoporre al vaglio: se Ellen White fosse vissuta nel 600 a.C., troveremmo scandaloso supporre che sarebbe stata un valido sostegno di profeti a lei – sempre ipoteticamente – contemporanei quali Geremia e Daniele? Ne conseguirebbe invece, a rigor di logica, sempre immaginando sull’ipotesi tracciata, che si sarebbe trovata inserita nel canone biblico in compagnia di Mosè, Isaia e una schiera di autori sacri a cui ci riferiamo per alimentare la nostra fede.

Soltanto supposizioni, non teologia. Lei stessa non ha mai preteso tanto in tutta la sua vita. Ma il suo ruolo, collocato in una linea temporale più vicina a noi, è stato lo stesso, con le debite distinzioni e varianti, che il Signore ha assegnato a Isaia, Daniele, ecc. La funzione di E. White non è stata diversa da quella dei giganti della Bibbia, cioè preparare il popolo di Dio, sempre e comunque, all’incontro con lui. Espressioni quali «Il Signore mi ha mostrato» o «L’angelo che mi accompagnava mi ha fatto vedere», stonano soltanto nella bocca dei presuntuosi, non dei profeti; che, comunque, non sono infallibili.

Lei, E. White, non lo avrebbe mai potuto dire, ma non sarebbe fuori luogo affermare che il suo ministero profetico è stato, ed è ancora, la realzzazione del sogno dei profeti biblici che, da lontano, hanno annunciato il tempo della fine, mentre proprio la debole donna del Maine, collocata esattamente nel tempo in cui scade la profezia delle 2.300 sere e mattine, raccoglie la loro eredità per illuminare gli «ultimi giorni».

Ellen White, è doveroso metterlo in chiaro, non è lo «Spirito di profezia», poichè tale definizione è biblicamente attribuibile a Gesù che è il vero unico profeta, e a tutti coloro che, secondo Paolo, cercano tale dono per edificare la chiesa,1 ma è senza dubbio un «anello» della stupenda «catena profetica» che viene definita «Spirito di profezia».

Sono perfettamente in accordo con quanti pensano che ponendo troppo l’attenzione sulle specificità avventiste, abbiamo rischiato di perdere di vista il principio protestante «sola Scrittura». Ho i miei dubbi, però, che molto del mondo protestante sia rimasto fedele a tale principio. Quindi, possiamo rimproverarci ben poco.

È sparito il «piccolo corno»
Termino con un accenno a quello che a me pare essere un ritocco esagerato sulla nostra interpretazione delle profezie di Daniele. È verissimo, come afferma la sorella White, che possono sorgere nella chiesa nuove luci alle quali prestare attenzione; un conto, però, sono le luci che illumineranno meglio la nostra teologia, un’altro conto sono gli abbagli.

L’idea che il piccolo corno, oggi, non è più solo la chiesa medievale, ma tutte quelle chiese che mirano alla sopraffazione o che si esaltano al di sopra delle altre, è una considerazione apprezzabile; ed è anche così, in senso lato. Ma nel senso profetico il piccolo corno è, e sarà anche alla fine, ciò che è sempre stato: una sola denominazone, risuscitata dopo una sua eclisse, che attirerà, come una calamita, tutte quelle chiese sì prepotenti, sì lontane dalla verità rivelata, sì decise a sopraffare. Queste chiese, molto simili al piccolo corno, saranno eliminate dal Signore, insieme al piccolo corno stesso (che è altra cosa rispetto a loro), alla sua venuta «col soffio della sua bocca» (2 Te 2:8).

Nuove luci, o errori del passato?
È da poco scomparso Desmond Ford, ex insegnante della Andrews University. Negli anni ’80 ricevette visibilità all’interno della chiesa avventista perché cominciò a mostrare seri dubbi sul principio giorno-anno. Tale principio, se negato, minerebbe alla base le nostre fondamenta teologiche e la nostra stessa esistenza come chiesa. Dopo anni di incontri e comitati, grazie ai quali si è ascoltato il fratello in questione, si è deciso di togliergli l’insegnamento; lui non ha voluto abbandonare le sue posizioni e i fratelli dirigenti hanno deciso, giustamente, che pur potendo restare un sincero avventista, non poteva insegnare in una nostra facoltà ciò a cui non credeva più.

Io, provenendo dal cattolicesimo, sono diventato avventista dopo la stupenda stagione di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II. Ciò mi ha preparato ad abbracciare la nuova fede proprio per la peculiarità del suo messaggio teologico, profetico e sociale. Mi sono sempre vantato di questo. Mi dispiacerebbe che un malcompreso abbraccio ecumenico mi privasse, non della stima dei fratelli di altre fedi, ma della certezza e delle peculiarità della mia fede. È saggio colui che non pretende di imporre agli altri il proprio punto di vista, ma è un pusillanime chi non tenta di mettere in chiaro le sue posizioni.

Non è nuova luce, per esempio, perdersi in un grigio anonimato. Mi sento di poter affermare con il profeta Zaccaria: «Così parla l’Eterno degli eserciti: In quei giorni avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni piglieranno un Giudeo per il lembo della veste, e diranno: Noi andremo con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi» (8:23, Luzzi). Non credo che, applicando il testo ai nostri membri di chiesa impegnati nell’evangelizzazione, risulti antiecumenico. Come non credo assolutamente che ci siano «più avventismi» e ognuno possa scegliere quello che più gli aggrada. Ho la gioia, e il coraggio, di rispettare chi non la pensa come me; ma ho l’accortezza di non lasciarmi irretire da nuovismi e modernismi soft. Questa si che sarebbe una «nuova luce»: riconoscere che il Signore ha voluto un popolo che lasciasse l’impronta del suo amore per il mondo, negli ultimi istanti della storia.

«Allora disse loro: Per questo, ogni scriba ammaestrato pel regno de’ cieli è simile ad un padron di casa il quale trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie» (Mt 13:52).

 

Nota
1 Su questo tema hanno brillantemente esposto la questione il past. Samuele Barletta (cfr. La Parola incarnata), e George Knight (cfr. Ellen G. White, vita e opere), libri entrambi editi dalle Edizioni Adv.

 

 

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