Michele Abiusi – “Cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Questa era la preoccupazione di un giovane ricco che un giorno si avvicinò a Gesù. Ecco come ci racconta l’episodio il Vangelo di Matteo.

“Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: ‘Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?’.  Gesù gli rispose: ‘Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti’. ‘Quali?’ gli chiese. E Gesù rispose: ‘Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso’. E il giovane a lui: ‘Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?’. Gesù gli disse: ‘Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi’.  Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni” (Mt 19:16-22).

La domanda del giovane non è banale, anzi è essenziale: “Come posso, cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. Quante filosofie e religioni sono sorte per tentare di dare una risposta soddisfacente a questo quesito e proiettare la speranza dell’uomo nel tempo, anzi nell’eternità. All’epoca di Cristo si credeva che Dio desse la vita eterna in cambio di un comportamento corretto, fatto di ubbidienza a una serie di leggi rituali, morali e magari anche igieniche. La fede di ognuno era misurata dal numero delle preghiere, dalla quantità di monete offerte al tempio e dalla scrupolosità nel seguire i riti stabiliti dalle autorità ecclesiastiche nei giorni di festa. La legge dei dieci comandamenti era, fra tutte le altre, la più considerata e rispettata, e con ragione. Infatti, le dieci parole, così erano chiamate, erano state scritte da Dio stesso su due tavole di pietra e Mosè le ricevette dopo la liberazione del popolo d’Israele dall’Egitto. Queste poche parole erano il fondamento di tutte le altre leggi. In esse si evidenzia il rispetto e l’amore verso Dio e verso l’essere umano.

Alcuni fra questi dieci comandamenti esistono anche nella nostra legislazione. Per esempio, “non uccidere”, “non rubare”, “non bestemmiare”, “non testimoniare il falso”.

Altri comandamenti riguardano soltanto il rapporto del credente con il proprio Dio. Per esempio, il primo comandamento che chiede di adorare l’unico Dio creatore; il secondo che proibisce il servire o di pregare davanti a delle immagini qualunque cosa o persona rappresentino; il quarto che ricorda di celebrare l’unico giorno sacro cioè il settimo giorno, il sabato, giorno del Signore.

Questi tre comandamenti distinguevano il popolo di Dio da ogni altra nazione. Adorare un solo Dio senza la mediazione di statue o immagini e celebrare il giorno di sabato in ricordo dell’evento straordinario della creazione. Israele era l’unica nazione che aveva questi principi che lo rendevano un popolo speciale, diverso, unico. Solo dalla pratica di questi tre comandamenti si poteva riconoscere un vero credente nel Dio vivente, nell’Eterno, come spesso era chiamato. Perciò questa ragione tali leggi erano considerate essenziali per avere accesso alla vita. Si capisce quindi il perché le persone fossero giudicate in base alla pratica di tali precetti.

Ma torniamo al giovane ricco che si avvicinò a Gesù e gli chiese come ottenere la vita eterna. Gesù gli rispose secondo i parametri dell’epoca. Giovane, cosa ti hanno insegnato? Osserva le dieci parole! Gesù non abolisce la legge antica. Gesù riconosce la validità dei principi morali antichi. Lui non li ha mai trasgrediti. Eppure il ricco non rimase soddisfatto dalla risposta di Gesù e incalzò: “Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?”. Si aspettava dal Maestro “buono” una risposta diversa dal solito. Praticava la religione secondo le tradizioni dei padri ma percepiva che gli mancava qualcosa che voleva conoscere. Gesù lo capì e gli rivelò il suo amore e il cammino per ottenere la vita: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi”.

Credo che Gesù volesse svegliare il giovane da una fede sconnessa dalla vita. Ancora oggi, per molti, la religione è un momento della giornata o della settimana da trascorrere in luoghi santi ripetendo le stesse cerimonie. Quando poi si esce dalle chiese o quando quel momento “sacro” termina, tutto ritorna come prima.

Credo che Gesù volesse insegnare al giovane una lezione importante che ancora oggi sarebbe bene imparare: la religione non è un vestito che si mette e si toglie secondo il luogo dove ci troviamo o secondo le persone con le quali parliamo. La fede deve tradursi nella pratica. Non è sufficiente dire di essere dei credenti e praticare i riti previsti dalla propria religione. Se io sono un credente devo vivere come tale non solo quando sono in chiesa, ma anche quando sono a casa con i miei figli, con mia moglie o con mio marito; al lavoro devo ricordarmi che sono un figlio di Dio e che sono circondato da altri figli di Dio. Non posso sfruttarli, maltrattarli, schiacciarli.

Gesù propose al giovane di vivere la sua fede non solo nel luogo di culto, nella chiesa, diremmo noi oggi. Gli chiese di uscire e di guardarsi intorno per scoprire che non era solo al mondo e che esistevano anche persone meno fortunate di lui. Gli chiese di usare le ricchezze che possedeva, e che erano un segno della benedizione di Dio, per alleviare le sofferenze di altri figli dello stesso Padre eterno.

L’episodio purtroppo si conclude tristemente: “Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”.

Sei soddisfatto di come vivi la tua fede? Ti senti un vero credente o pensi che a volte ti comporti da perfetto ipocrita? Cioè fai il credente solo quando ti fa comodo… magari per farti vedere?

Gesù ti invita a seguire le sue leggi, i suoi principi, i suoi insegnamenti ma non in modo formale, non in modo superficiale. Gesù ti invita a vivere la tua fede ogni giorno in mezzo agli altri, con gli altri, ascoltandoli e rispondendo ai loro bisogni.

 

 

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