Michele Abiusi – Siamo nel periodo tra la Pasqua e l’Ascensione di nostro Signore ricordate dalla cristianità. È interessante vedere in che modo la Scrittura descrive questo periodo vissuto dai discepoli, dai primi cristiani. 

Dopo la crocifissione di Gesù i suoi seguaci erano tutti un po’ sbandati, ma il peggio venne quando si annunciò la risurrezione: “Or Gesù, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demoni. Questa andò ad annunciarlo a coloro che erano stati con lui, i quali facevano cordoglio e piangevano. Essi, udito che egli viveva ed era stato visto da lei, non le credettero” (Marco 16:9-11).

Stupisce l’atteggiamento dei discepoli, che vollero prove schiaccianti per credere, come Tomaso, l’incredulo per antonomasia. In quel periodo la domanda più ricorrente, conscia o inconscia, era: “Non abbiamo preso un abbaglio? Non abbiamo sbagliato tutto?”.

Il Vangelo di Marco insiste sull’incredulità: “e questi andarono ad annunciarlo agli altri; ma neppure a quelli credettero. Poi apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l'avevano visto risuscitato” (Mc 16:13-14).

Poi disse loro: “Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato” (16:15-16).

La scelta degli “evangelizzatori” non poteva essere peggiore. Gesù prese una banda di miscredenti per andare ad annunziare il vangelo. Si potrebbe dire che la Chiesa iniziale è la comunità non dei credenti, ma degli increduli che annunziano la risurrezione di Gesù. Questa è la miseria e la grandezza della Chiesa: è fatta di increduli, ma non può nascondere la verità. La missione dell’evangelizzazione era stata affidata a un gruppo incredulo. Piuttosto che credere, i discepoli preferirono continuare a piangere.

Pensando a chi siamo stati e a chi siamo ancora, forse anche a noi non rimane che metterci a piangere; eppure, il vangelo è predicato, è accettato; produce carismi, miracoli, segni. E non è grazie alla Chiesa che questo avviene: è unicamente il dono di Dio.

Vado a pescare

Nel tempo fra Pasqua e Ascensione, la scelta più immediata che venne in mente ai discepoli fu di andare a pescare. “Simon Pietro disse loro: ‘Vado a pescare’. Essi gli dissero: ‘Veniamo anche noi con te’. Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla” (Giovanni 21:3)

Ma Gesù aveva poca voglia di scherzare e, al tempo stesso, poca voglia di umiliare; così, dopo aver assecondato la pesca che passa alla storia come miracolosa ed aver rinfrescato le idee ai discepoli dalla memoria corta, dopo averli incontrati e spezzato il pane e mangiato il pesce disse: ”Adesso parliamo di cose serie”.

La cosa più seria fu la domanda sull’amore. “Quand'ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: ‘Simone di Giovanni, mi ami più di questi?’. Egli rispose: ‘Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene’. Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli’” (Giovanni 21:15).

In altre parole, il Signore voleva dire: “Mi hai rinnegato, ti sono apparso, hai pescato oltre ogni misura, ma adesso dì chiaro: mi ami?”. Pietro disse di sì. Una risposta che Gesù prese sul serio: “Pasci…”. Il mio perdono non è una pietosa copertura dei tuoi sbagli, dei tuoi peccati. Il mio perdono è un incarico. Sei la persona meno affidabile, ma io ti affido il compito più impegnativo e delicato di questo mondo.

Nessuno può farsi scudo del proprio peccato per scantonare di fronte agli impegni. Non si può dire non ne sono degno. Non ne sei degno ma lo devi fare lo stesso.

Le comunità che ti saranno affidate diranno di te che hai rinnegato Gesù (gli altri lo hanno abbandonato, ma tu addirittura lo hai rinnegato) ma devi essere pastore lo stesso. Diranno che mancava solo che arrivasse da loro Giuda, il peggiore dei pastori possibili, ma tu devi essere pastore lo stesso; e se Giuda non si fosse impiccato, avrebbe dovuto farlo anche lui.

Gesù sa che, come suoi pastori, non può pretendere il meglio (così come per la comunità di increduli), anzi dice chiaro che si affida al peggiore (altro che primato di Pietro!). Gesù crea, dal peggiore, un peccatore riabilitato e graziato, e quindi ne fa il migliore. Gesù non ha paura di ricominciare, come se non avesse fatto nulla, nemmeno dopo che è morto e risorto. Noi abbiamo paura di dover ricominciare anche quando abbiamo fatto molto meno. Gesù chiede nuovamente a Pietro di seguirlo: “Gesù gli rispose: ‘Se voglio che rimanga finché io venga, che t'importa? Tu, seguimi’” (Giovanni 21:22).

Il periodo che passa fra la Pasqua e l’Ascensione è un tempo in cui ti accorgi della fragilità della Chiesa e dei suoi pastori. per dirla con Bonhoeffer: “È il tempo in cui ti accorgi di aver rinnegato Gesù e, al tempo stesso, in cui Gesù ti riagguanta e ti dà un incarico superiore alle tue forze”. Questo è il perdono.

Il tempo fra Pasqua e Ascensione è il periodo in cui rispecchi e rifletti sulle tue debolezze. È un tempo di preparazione al grande evento che segue l’ascensione. “’Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra’. Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi” (Atti 1:8-9).

Senza lo Spirito Santo, Gesù non può vivere in noi e noi in lui.

Il Vangelo di Giovanni incomincia con: “In principio” (1:1).

Viene da chiedersi, e alla fine? “Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Giovanni 13:1). “Tutto è compiuto” (Giovanni 19:30).

E il compimento non è solo sulla croce, o quando lava i piedi ai suoi discepoli, amandoli sino alla fine, ma quando li riprende tra Pasqua ed Ascensione e li coinvolge come se loro lo avessero sempre amato e come se fossero stati sempre fedeli.

Grazie o Signore perché ci accordi questo tempo, fra Pasqua e Ascensione, per la riflessione, per la preparazione, per il perdono totale, per poter ricominciare con te, per evangelizzare nonostante le nostre limitazioni.

Grazie, o Signore, per il tuo amore che riagguanta, riabilita, incarica, dona incessantemente.

Fa’ che la tua opera non sia vana in noi.

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